Scrivere di calcio
|Davide Tedeschi: «Allenare significa far apprendere»
L’allenatore apuano, autore del libro Allenare è far apprendere, racconta la sua idea di calcio: «Non dobbiamo dare risposte ai giocatori, ma metterli nelle condizioni di trovarle. L’obiettivo è renderli autonomi»
MASSA CARRARA – Dal calcio giocato alla panchina, dai primi passi con i bambini fino alle esperienze nei campionati agonistici e alla guida degli Allievi Regionali Élite del Seravezza Pozzi. Un percorso che ha portato Davide Tedeschi a interrogarsi sempre più profondamente sul significato dell’allenare e sul modo in cui un giocatore possa realmente apprendere.
Da queste riflessioni è nato Allenare è far apprendere, un libro nel quale l’allenatore UEFA B propone una metodologia che mette al centro il giocatore, il suo processo decisionale e la capacità di leggere autonomamente le situazioni di gioco. Non soltanto moduli, schemi ed esercitazioni, dunque, ma contesti nei quali il calciatore possa osservare, comprendere, scegliere, sbagliare e imparare.
In questa intervista Tedeschi ripercorre le esperienze che hanno contribuito alla sua evoluzione, dall’insegnamento ricevuto nel settore giovanile all’esperienza al Romagnano, diventata uno spartiacque, fino alla convinzione che il vero successo di un allenatore sia vedere i propri giocatori diventare progressivamente indipendenti.
Che cosa significa, concretamente, “allenare è far apprendere”? Significa spostare l’attenzione da ciò che fa l’allenatore a ciò che realmente apprende il giocatore. Non limitarsi a fornire soluzioni, ma creare situazioni nelle quali il calciatore impari a osservare, riconoscere un problema o un vantaggio, prendere una decisione e agire di conseguenza.
Il ruolo dell’allenatore, quindi, non diminuisce: diventa più complesso. Deve progettare il contesto, osservare ciò che emerge e intervenire quando serve, lasciando talvolta anche spazio al giocatore. L’obiettivo è renderlo progressivamente autonomo, capace di trovare risposte anche davanti a situazioni che non erano state previste.
Perché l’esonero al Romagnano è diventato uno dei momenti più importanti della tua evoluzione come allenatore? Perché mi ha costretto a fermarmi e a mettere in discussione il mio modo di allenare. Non significa che tutto quello fatto prima fosse sbagliato, ma fino a quel momento la mia ricerca era stata molto orientata al gioco: sistemi, principi, organizzazione e soluzioni.
Dopo Romagnano ho iniziato a interrogarmi maggiormente su come quelle idee arrivassero ai giocatori. Ho osservato altri allenamenti, mi sono confrontato con tecnici, ho frequentato corsi e soprattutto ho sperimentato sul campo.
La domanda è cambiata: non più soltanto “come voglio che giochi la mia squadra?”, ma “come posso creare le condizioni perché i giocatori comprendano ciò che il gioco richiede?”. È stato uno spartiacque perché ho smesso di cercare un metodo definitivo e ho iniziato a considerare la metodologia come qualcosa di vivo, che deve adattarsi continuamente ai giocatori e al contesto.
Che cosa ti hanno insegnato gli anni trascorsi con i bambini sul modo di leggere e comprendere le persone? Mi hanno insegnato che la stessa cosa non arriva allo stesso modo a persone diverse. Con i bambini questa differenza è particolarmente evidente: una correzione, un richiamo o un complimento possono produrre reazioni completamente differenti.
Nei cinque anni con i Pulcini ho capito quanto fosse importante conoscere chi avevo davanti: c’era chi aveva bisogno di essere incoraggiato, chi responsabilizzato, chi di una comunicazione più diretta.
Questa sensibilità mi ha accompagnato anche con gli adolescenti e gli adulti. Prima ancora del calciatore esiste una persona, e conoscere quella persona permette di allenare meglio anche il calciatore.
Per questo considero l’empatia uno strumento metodologico: non significa chiedere meno, ma capire come chiedere di più a persone diverse.
Perché due giocatori non possono essere trattati nello stesso modo pur mantenendo la stessa richiesta? Perché trattare tutti nello stesso modo non significa necessariamente essere equi. Due giocatori possono avere bisogno di arrivare allo stesso obiettivo attraverso strade differenti.
La richiesta può e deve rimanere la stessa, ma può cambiare il modo attraverso cui la facciamo arrivare. Con un giocatore posso essere molto diretto, mentre con un altro la stessa comunicazione potrebbe produrre l’effetto opposto.
Conoscere la persona significa capire quando parlare, come correggere, quando insistere e quando lasciare spazio. Personalizzare il modo di allenare non significa fare preferenze, ma mettere ogni giocatore nelle condizioni migliori per rispondere alla stessa responsabilità.
Quale rapporto esiste, nella tua metodologia, tra processo decisionale ed esecuzione tecnica? Non li considero elementi separati. Nel gioco il giocatore percepisce ciò che accade, riconosce una situazione, prende una decisione e utilizza le proprie capacità tecniche per realizzarla.
La tecnica rimane quindi fondamentale, ma acquista valore quando viene utilizzata in funzione di ciò che il gioco richiede. Un gesto tecnicamente perfetto può essere inefficace se non è coerente con la situazione.
Per questo cerco di non isolare la tecnica dal problema che deve risolvere. Il giocatore deve leggere ciò che accade, scegliere una soluzione e utilizzare gli strumenti tecnici che possiede per realizzarla. La tecnica è lo strumento attraverso cui una decisione prende forma nel gioco.
Perché consideri empatia, fiducia e sicurezza psicologica strumenti metodologici? Perché incidono direttamente sulla possibilità del giocatore di decidere, sbagliare e quindi apprendere. Se vogliamo costruire giocatori autonomi, dobbiamo permettere loro di assumersi la responsabilità delle proprie scelte e, soprattutto, di poter sbagliare.
Un giocatore che vive costantemente con la paura dell’errore tenderà a proteggersi, scegliendo la soluzione più sicura o aspettando che sia l’allenatore a dirgli cosa fare. Possiamo ottenere un giocatore più obbediente, ma difficilmente più autonomo.
Questo non significa abbassare le richieste o eliminare le correzioni. La sicurezza psicologica non è assenza di responsabilità, ma la possibilità di assumersela senza essere paralizzati dalla paura di sbagliare.
Empatia, fiducia e sicurezza psicologica creano quindi le condizioni perché il giocatore possa scegliere, sbagliare, comprendere e riprovare. E se allenare significa far apprendere, tutto questo è metodologia.
Quando può dirsi davvero riuscito il lavoro di un allenatore? Quando il giocatore ha progressivamente sempre meno bisogno dell’allenatore per comprendere ciò che accade in campo.
Durante la settimana possiamo costruire contesti, proporre problemi, fare domande e fornire strumenti per leggere il gioco. Ma la partita appartiene ai giocatori e le situazioni cambiano continuamente. Nessun allenatore può prevedere tutte le risposte di cui avranno bisogno.
Per questo non mi interessa costruire giocatori capaci soltanto di riconoscere ciò che abbiamo preparato. Mi interessa che sappiano affrontare anche ciò che non avevamo previsto, trovando autonomamente una risposta.
L’allenatore, quindi, non diventa inutile: il suo lavoro ha prodotto qualcosa che va oltre la sua presenza, cioè conoscenza nel giocatore.
Per questo mi piace la frase con cui si chiude il libro: “Quando il giocatore non ha più bisogno dell’allenatore per comprendere il gioco, la metodologia può finalmente scomparire.”


