Guerra, gas dagli Stati “canaglia” e il rischio per la causa Cipriani-Minetti: piazza Matteotti abbraccia ‘Il Fatto Quotidiano’
Travaglio sul palco del Paper Fest torna a denunciare con ironia pungente le ambiguità della politica italiana. L’appello è ai lettori perchè il quotidiano che rinuncia ai finanziamenti pubblici, possa continuare a crescere e a battersi per rivelare scandali e restroscena
CARRARA – Un pubblico numeroso e una discreta afa: in questo clima piazza Matteotti ha risposto forte e chiaro, non tradendo le aspettative e l’appuntamento annuale con Paper Fest, il terzo a Carrara con la promessa del quarto il prossimo anno. Naturalmente l’incontro più atteso, di chiusura, è stato quello del direttore, di solito impegnato nella presentazione di un suo libro, al contrario di quest’anno.
Quest’anno il suo libro era già uscito e già “scaduto”, come ha detto lui stesso. «Perché NO. Guida al referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole» era già uscito a gennaio in vista del referendum costituzionale del marzo scorso sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ed è proprio da qui, da questo successo ottenuto, con la vittoria schiacciante del no per la quale, per onestà, va riconosciuto grande merito (o “colpa” a seconda della prospettiva) al giornalista che sul palco lo rivendica con orgoglio, iniziando a spiegare il caso Minetti.
Così come rivendica la precedente vittoria in occasione di un altro tentativo di mettere mano alla Costituzione, il quesito referendario dell’ex premier Matteo Renzi del 2016 con cui il “rottamatore” voleva superare il bicameralismo perfetto lasciando solo la Camera e prevedendo un Senato senza funzione legislativa ma solo di rappresentanza territoriale, composto da sindaci e consiglieri regionali che avrebbero usufruito dell’immunità parlamentare. Anche all’epoca uscì il libro di Travaglio «Perché no» e la risposta degli italiani, anche allora, fu netta: no («La minaccia di Renzi di abbandonare la politica elettrizzò molti italiani»).
Parte da questo dunque Marco Travaglio, per introdurre quella spada di Damocle appesa oggi sulla testa del Fatto: le due cause civili intentate al giornale per il “caso” della grazia alla ex igienista dentale Nicole Minetti (ex consigliera regionale in Lombardia per il Popolo della Libertà). Parte da qua, dal contributo alla democrazia che Il Fatto Quotidiano e Marco Travaglio hanno apportato nel corso degli anni caratterizzati da una sinistra sonnecchiante durante i governi di centrodestra a trazione berlusconiana, per cui può piacere o no ma va riconosciuto essere stata l’unica opposizione in campo (oltre ai Girotondi e al Popolo viola). È Marco Travaglio che ricorda l’intervento memorabile di Luciano Violante alla Camera quando, prendendo la parola, rivendicò l’accordo di non toccare da parte della sinistra le sue televisioni.
Si può non condividere con Travaglio il pensiero sul ruolo politico di Tangentopoli e dell’inchiesta di Mani Pulite, ma che sia necessaria quanto indispensabile una opposizione a qualsiasi governo per poter parlare di democrazia compiuta, ne dovremmo convenire tutti. Così come è doveroso ammettere che la linea seguita dal giornale sul referendum rispecchiava in pieno le ragioni e la volontà della maggioranza della popolazione che in quell’occasione ha ritrovato la forza di andare alle urne, di solito disertate. E Il Fatto Quotidiano è stato tra i pochi a dare voce al popolo del referendum.
Le richieste di risarcimento: «Ci chiedono 255 milioni»
Eppure Giuseppe Cipriani, imprenditore e attuale compagno di Nicole Minetti, nell’intentare causa sia negli Usa che in Italia al Fatto per la querelle della grazia concessa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, avrebbe affermato di volere la chiusura del giornale. «Ci fa causa non perché vuole giustizia ma perché vuole la nostra chiusura!» esclama il giornalista.
«In Usa il gruppo di Cipriani chiede 250 milioni di dollari perché sostiene che con i nostri articoli abbiamo danneggiato commercialmente il gruppo – racconta Travaglio – quindi non per diffamazione. E in Italia con la causa ci chiedono 5 milioni per diffamazione. Pensate, un giudice americano dovrebbe chiudere un giornale italiano e i giornalisti italiani anziché indignarsi sono tutti dalla parte di Cipriani e Minetti. Ho ricevuto la solidarietà solo di 5 colleghi, tranne uno tutti non famosi» dice pungendo con la sua ironia e parlando di “schiena curva” nel panorama giornalistico italiano.
Fa un passo indietro Travaglio e ripercorre la vicenda. Innanzitutto ricordiamo che la Minetti è stata graziata per una condanna in favoreggiamento della prostituzione (“Ruby bis”) e una condanna per peculato con i rimborsi spese che otteneva in virtù della carica di consigliere regionale. «Mattarella la grazia a un mese di distanza dal referendum – osserva il giornalista – perché non ce lo ha detto? Non è mai accaduto nella storia che si graziasse un personaggio pubblico senza darne notizia. Si vergognava di dirlo? Allora non doveva graziarla! Avrebbe dovuto vergognarsi di farlo non di dirlo! Come poteva pensare che passasse inosservata!?» chiede tra gli applausi della piazza il giornalista.
Secondo la ricostruzione di Travaglio la notizia della grazia arriva al giornalista del Fatto Thomas Mackinson da una giornalista di «Mi manda Rai Tre». C’è lo stupore del giornalista, riferisce Travaglio: «Come è possibile? Non si dà la grazia a chi non ha scontato neppure un giorno della pena!». Fatto sta che la Rai non dà immediatamente la notizia. «In Rai Mattarella è intoccabile, quindi la notizia la diamo prima noi – ricorda Marco Travaglio – solo allora esce la nota del Quirinale che spiega il suo silenzio per via della malattia del minore. Ma bastava non citare la malattia, infatti poi lo dicono quindi si poteva dire».
Nodo centrale della querelle sono i presupposti per cui si concede la grazia: in primis la malattia del bambino adottato dalla Minetti che secondo la richiesta di grazia poteva essere curato solo negli Usa, «ma gli ospedali italiani smentiscono di aver escluso la possibilità di poter curare il bambino» sottolinea Travaglio che aggiunge: «L’altro requisito per la grazia è che la Minetti avesse cambiato vita, ma c’è un reportage e lo si trova googlando che mostra la Minetti in un locale a Ibiza di Cipriani che mette dischi, un locale con signorine “disponibili” e poi sempre googlando si hanno notizie di un ranch a Maldonado in Uruguay di Cipriani per il quale i giornali parlano di luoghi di incontro per danarosi e signorine “disponibili” e dove c’è la Minetti. Noi abbiamo intervistato una massaggiatrice del ranch che dice che la Minetti era la Madama, la Maitresse, gestiva le ragazze. Successivamente rilascia altre interviste al Corriere e a due tv uruguayane ed è sempre più spaventata. La magistratura ripete allora l’istruttoria, la stessa Procura e lo stesso magistrato, il quale conferma sé stesso e conferma il cambio di vita della Minetti. La massaggiatrice non viene sentita perché, dice la magistratura, già smentita da altri testimoni. Ma allora perché avete sentito gli altri testimoni? Poi si scopre che gli altri testimoni erano già stati sentiti, ma dalla difesa di Cipriani e Minetti. La poveretta va quindi da un notaio per una dichiarazione giurata fatta passare dai giornali come smentita, dove afferma di non aver mai detto che la Minetti reclutava prostitute e infatti noi del Fatto non lo abbiamo mai detto».
L’ennesima magagna spinosa per un mattoncino di verità scomodo che Il Fatto denuncia. Un giornale in crescita, l’unico, soprattutto grazie al digitale («le edicole stanno chiudendo») e che a differenza degli altri giornali e nonostante le difficoltà finanziarie rinuncia ai finanziamenti pubblici e che continua, tra i pochi, a puntare il dito contro la perenne posizione supina del Paese alle politiche americane (Biden incluso) e contro il business della guerra: «Rinunciamo ad acquistare il gas dalla cattiva Russia e lo acquistiamo a un prezzo 4 volte più alto da Stati canaglia come l’Azerbaigian che nel 2023 ha commesso genocidio contro gli armeni. Continuiamo a versare 90 miliardi l’anno all’Ucraina a fondo perduto a costo della perdita di consenso: evidentemente la guerra deve fruttare un sacco di soldi». Applausi a scena aperta. Il prossimo appuntamento è per la festa del Fatto Quotidiano dal 9 al 13 settembre alla Versiliana.

