il dibattito
|Marmo e sentenza costituzionale, Mirabella attacca la sindaca Arrighi: «Dire che non cambia nulla è equilibrismo politico»
Il consigliere della lista Ferri replica alla prima cittadina: «La Costituzione non viaggia a intermittenza. E le firme con riserva degli industriali sono una bomba a orologeria»
CARRARA – Il consigliere comunale della Lista Ferri Filippo Mirabella replica alla posizione espressa dalla sindaca di Carrara (Massa-Carrara), Serena Arrighi, in merito alla sentenza n. 90 della Corte costituzionale sulla filiera corta del marmo, definendo la linea del sindaco «un esercizio di equilibrismo politico sempre meno credibile».
Secondo Mirabella, la sindaca avrebbe puntato sulla distinzione temporale tra le norme del 2015 e la legge regionale del 2025, sostenendo che i regolamenti comunali di Carrara, fondati sulla legge più risalente, sarebbero al riparo dalla pronuncia della Consulta. «Ma si tratta di un clamoroso cortocircuito logico e giuridico — afferma il consigliere —. Nel nostro ordinamento, la Costituzione non viaggia a intermittenza: un principio non può essere “valido nel 2015” e “in contrasto con i principi costituzionali ed europei nel 2025”. Se la Corte ha ritenuto incompatibile con i principi della libera concorrenza un sistema fondato su vincoli coercitivi alla commercializzazione del marmo, quel principio politico e normativo esce profondamente indebolito».
Mirabella porta quindi all’attenzione la questione delle firme apposte con riserva dagli industriali del marmo il 31 ottobre 2023 sulle convenzioni, definendola «una vera bomba a orologeria nota da tempo». «La narrazione della “firma volontaria” non regge — sostiene il consigliere —. Quella riserva non era un dettaglio burocratico: era il chiaro preavviso di una battaglia legale. Gli industriali hanno firmato in un quadro fortemente condizionato dalle scadenze e per non bloccare le attività, ma legando l’efficacia di quegli accordi all’esito dei ricorsi e dei pronunciamenti futuri».
Il consigliere ricorda inoltre che la sindaca avrebbe dovuto, nel corso del tempo, «allungare di altri due anni il periodo transitorio proprio perché i nodi stavano venendo al pettine e l’applicazione rigida delle norme si stava rivelando impraticabile». «Quello slittamento — afferma Mirabella — non è stato un atto di magnanimità, ma il termometro di una debolezza strutturale che oggi la sentenza della Consulta rende ancora più evidente».
«Ridurre la portata della sentenza nel tentativo di difendere le scelte compiute è una strategia a brevissimo termine — conclude il consigliere —. Al posto di dichiarazioni di facciata che negano l’evidenza, la città avrebbe bisogno di una presa d’atto realistica per capire come ridisegnare lo sviluppo del settore marmo, prima che i tribunali amministrativi mettano seriamente in discussione le politiche della giunta a livello locale e regionale».


