Logo
Sentenza marmo, Martinelli (M5s) invita alla cautela: «Non dovrebbe colpire premialità e obbligo di lavorazione in loco»
(archivio)

Il consigliere ed ex vicesindaco: la pronuncia riguarda solo la normativa regionale. Mirabella: «Un vero e proprio fallimento politico e istituzionale che colpisce al cuore il sistema Arrighi»

CARRARA – La sentenza n. 90 della Corte costituzionale sulla norma toscana che imponeva l’obbligo di lavorare il 50% del marmo estratto in loco divide le opposizioni del Consiglio comunale di Carrara, con letture e toni molto distanti tra loro.

Matteo Martinelli, ex vicesindaco con delega al Bilancio e consigliere del M5S, invita alla cautela. «Leggo commenti sulla sentenza della Corte Costituzionale secondo me fuorvianti — scrive il consigliere —. La sentenza non sembra incidere sull’obbligo di lavorazione attualmente in vigore in regime di premialità, introdotto nel 2015 con legge regionale e nel 2020 con l’articolo 21 del regolamento agri marmiferi». Secondo Martinelli, la pronuncia riguarderebbe esclusivamente la modifica normativa regionale del 2025, «che provava a rendere il limite del 50% come norma ordinaria e non solo premiale, e oltretutto provava a rendere obbligatoria la lavorazione in loco anche per le cave non pubbliche». Una norma che, ricorda il consigliere, «era molto azzardata: lo avevamo detto un anno fa». Martinelli sottolinea inoltre che «nell’unica sentenza del Tar toscano in cui era stato toccato l’obbligo di lavorazione in loco “premiale” introdotto con l’articolo 21 dai 5 stelle, il Comune ha vinto».

Tutt’altro tono quello di Filippo Mirabella, consigliere della Lista Ferri, che legge nella sentenza «un vero e proprio fallimento politico e istituzionale che colpisce al cuore il sistema Arrighi». Secondo Mirabella, la Corte avrebbe demolito «anni di scelte amministrative targate dal sindaco stesso e dal Partito Democratico che lo sostiene, svelando la fragilità di un modello ideologico che ha preteso di superare le leggi del diritto e del mercato». Il consigliere contesta in particolare la cosiddetta filiera corta obbligatoria, definita «un vincolo inserito d’imperio nelle concessioni» e «sbandierato per anni dalla sinistra come un dogma intoccabile», dietro il quale, a suo giudizio, si celava una scelta politica deliberata della giunta. «La scusa del Comune è sempre stata la stessa: “Ce lo impone la Regione, non possiamo fare altrimenti”. Una narrazione comoda che ha blindato il settore in un immobilismo ideologico penalizzante».

Mirabella avverte infine che la sentenza potrebbe aprire «una stagione di fitti contenziosi amministrativi e ricorsi al Tar contro il Comune», con le clausole di filiera corta inserite nelle concessioni «ora ampiamente contestabili dalle aziende». «L’ostinazione ideologica della giunta Arrighi — conclude il consigliere — ha esposto l’ente pubblico a un rischio rilevante di instabilità economica e giudiziaria».