Massa-Carrara, Confindustria e Cgil unite: «Più industria e trasporti contro i salari bassi»
La Cgil: «La terziarizzazione debole ha impoverito il territorio toscano e apuano. Non possiamo trasformarci in un grande centro comemrciale a cielo aperto. E sul marmo la legge 35/2015 ha dato flebili segnali sulla redistribuzione della ricchezza»
MASSA-CARRARA – Fare fronte comune in nome della reindustrializzazione del territorio e di infrastrutture strategiche quali la ferrovia Pontremolese e il rafforzamento dello scalo portuale, con una convergenza netta anche sul nodo dei salari bassi. Sono le tre ferite aperte del territorio apuano sulle quali le due parti sociali hanno intenzione di collaborare attivamente: Confindustria Massa-Carrara e Cgil provinciale concordano infatti su questi punti centrali e lo dichiarano espressamente durante l’incontro avvenuto a Palazzo Ducale, moderato dalla giornalista del quotidiano La Nazione Cristina Lorenzi, organizzato per illustrare il report economico di Ires Toscana (l’istituto di ricerche della Cgil) dal titolo «La Toscana e il lavoro tradito». A fare gli ononi di casa e a dare il benvenuto è il presidente della provincia Roberto Valettini, avvocato giuslavorista da oltre cinquant’anni.
Il quadro dipinto dal report mostra la regione e la provincia apuana in grande affanno, maggiormente rispetto alle altre realtà italiane e toscane. Maurizio Brotini, presidente dell’istituto di ricerche, ha snocciolato i dati evidenziando che la Toscana è penultima in Italia, secondo Eurostat, in termini di reddito pro capite. Tutte le regioni italiane flettono rispetto ai parametri europei, ma la Toscana lo fa in modo particolare. Il rapporto punta il dito sulla terziarizzazione debole, identificata nel pubblico impiego assistenziale e nei centri commerciali, che ha soppiantato nel corso del tempo la realtà industriale. Nel 1994, come illustrato dai dati, le unità di lavoro impiegate in Toscana nei servizi erano pari a quelle del settore industriale, mentre oggi si registrano ben 40 punti percentuali di differenza.
Questa dinamica ha comportato una forte discontinuità occupazionale, con molti addetti che non lavorano a tempo pieno: per questo motivo diminuiscono le unità di lavoro annue, le Ula, ma aumenta apparentemente il numero assoluto dei lavoratori. Su questo scenario si innesta il tema della redistribuzione della ricchezza, dato che tra il 2015 e il 2024 gli utili delle imprese industriali toscane sono aumentati del 70% a fronte di una crescita dei salari reali di appena l’1%. Si parla di utili netti in dieci anni pari a 28 miliardi di euro che, secondo la denuncia di Brotini, non sono confluiti negli investimenti, in maggiore occupazione o in aumenti salariali.
La provincia di Massa-Carrara si trova in una fase di stagnazione rispetto al Prodotto interno lordo (Pil). Anche sul territorio locale si registra una consistente terziarizzazione debole. A sorreggere l’economia c’è il settore delle costruzioni, trainato però dai bonus edilizi e dal Pnrr, insieme agli occupati nel pubblico impiego nei settori della sanità, della scuola e degli enti locali, dove si riscontra un livello salariale più basso rispetto ai parametri industriali. Resta poi il comparto lapideo, che si porta dietro tutti i rischi derivanti da una monocoltura industriale.
Sulle esportazioni l’istituto di ricerca invita alla cautela, ricordando che dove esiste uno scalo portuale non tutto ciò che viene esportato è frutto della produzione in loco, e quindi non sempre si traduce in ricchezza reale in termini di lavoro e occupazione. Soprattutto, viene sottolineata la forte incidenza del lavoro sommerso, dato che la somma dei redditi risulta significativamente inferiore alla somma dei consumi, un indicatore del fatto che i cittadini stanno intaccando i risparmi, ricorrendo all’indebitamento privato o che vi sia appunto una quota rilevante di lavoro nero o grigio. In questo contesto l’unica nota positiva è rappresentata dalla cassa integrazione, che risulta in riduzione, unico caso in tutta la Toscana.
Il neopresidente di Confindustria Massa-Carrara Carlo Freni, subentrato a Matteo Venturi e nel suo ruolo professionale di executive director di Fhp Terminal Carrara, ha arricchito il dibattito contrapponendo ai dati regionali alcune considerazioni su base Istat. Freni ha precisato che la provincia non è più il fanalino di coda d’Italia, posizionandosi al 52esimo posto su 107 province per retribuzione globale annua, con un valore di esportazioni e importazioni che nel 2025 ha toccato i 3 miliardi di euro. L’esponente degli industriali ha inoltre rivendicato i 18 milioni di euro di investimenti che gli imprenditori apuani stanno mettendo in campo nella zona logistica semplificata (Zls), lanciando un appello a fare squadra sulla sfida delle infrastrutture per favorire la manifattura e contrastare il terziario povero.
All’appello ha risposto positivamente il segretario generale della Cgil Massa-Carrara Nicola Del Vecchio, che ha aperto al dialogo con la parte datoriale pur puntando il dito contro le politiche economiche nazionali. Per il sindacato il primo nodo da sciogliere resta la redistribuzione delle ricchezze per ridurre il divario sociale e la disuguaglianza economica, superando la logica che valuta il benessere della popolazione solo sulla base degli indicatori economici. Del Vecchio ha espresso netta contrarietà verso i tentativi di cambio di destinazione d’uso delle aree industriali, citando la variante Sogegross e la variante dell’area ex Olivetti, ritenute contrarie alla vocazione manifatturiera del territorio.
Infine, sul fronte del marmo, la Cgil ha aperto una riflessione critica sulla legge regionale 35/2015, facendo notare che in dieci anni il numero degli occupati a monte nelle cave si è ridotto sensibilmente senza produrre il previsto aumento di addetti al piano per la lavorazione in loco. L’unico risultato concreto, secondo il sindacato, è stato il contingentamento dell’escavazione con la riduzione dei volumi, all’interno di un modello che presenta forti squilibri tra piccoli imprenditori con enormi guadagni e pochissimi dipendenti e realtà cooperative che contano invece centinaia di addetti.

