la lettera di un cittadino apuano
|«Marinella di Sarzana, quando le leggi dimenticano le persone»
Un lettore e frequentante della spiaggia ligure sul caos concessioni: «Basterebbe un po’ di coraggio politico. Basterebbe smettere di nascondersi dietro le sentenze e chiedersi, una volta, cosa sia giusto — non solo cosa sia formalmente legittimo»
MARINELLA DI SARZANA – Riceviamo da «un cittadino della Riviera Apuana» e pubblichiamo di seguito.
“Conosco Marinella da sempre. Ci venivo da bambino con mio padre, ci porto i miei figli adesso. È una di quelle spiagge che non ha mai voluto essere famosa, e forse è per questo che la si ama: nessun vip, nessun locale alla moda, nessuna lista d’attesa. Solo mare, sabbia, e qualche famiglia che gestisce un ombrellone da generazioni. Quest’estate, passeggiando sul lungomare, ho trovato qualcosa che non mi aspettavo: cabine abbattute, strutture a terra, operatori che lavorano nell’incertezza totale senza sapere se la spiaggia che hanno costruito con le loro mani esiste ancora domani. Ho cominciato a fare domande. Ho capito, a poco a poco, la storia. E più la capivo, meno riuscivo a non scrivere questa lettera.
Una direttiva europea, dodici famiglie, nessun vincitore
Tutto nasce da lontano. Una direttiva europea del 2006 — la Bolkestein — pensata per liberalizzare i grandi mercati dei servizi, ha finito per abbattersi come una ruspa su realtà che con quei mercati non hanno nulla a che fare. Stabilimenti balneari come quelli di Marinella: sessanta, settanta metri di fronte mare, qualche ombrellone, un bar, una famiglia. Imprese minuscole, radicate nel territorio, che hanno sempre pagato le tasse, rispettato le norme, rinnovato le licenze ogni volta che veniva chiesto loro di farlo.
Il TAR Liguria, a febbraio di quest’anno, ha annullato le proroghe concesse dal Comune di Sarzana e ordinato gare pubbliche immediate. Il Consiglio di Stato ha poi sospeso quella sentenza — ma nel frattempo il meccanismo era già partito: ordinanze di demolizione, strutture abbattute, stagione balneare compromessa prima ancora di iniziare.
Mesi di aule giudiziarie, decreti monocratici, camere di consiglio. Carta su carta. Avvocati su avvocati. E le famiglie di Marinella nel mezzo, a cercare di capire se potranno ancora aprire la settimana dopo.
Non è Forte dei Marmi
Permettetemi di dirlo con chiarezza, perché mi sembra che chi scrive le norme non abbia mai messo piede qui: Marinella non è la Versilia. Non è Forte dei Marmi, non è Viareggio, non sono le spiagge dei miliardari e dei concerti da centomila persone. È un litorale di provincia, lavoratore, autentico. Gli stabilimenti balneari qui non sono monopoli da spezzare: sono posti dove il titolare ti conosce per nome, dove i bambini del quartiere imparano a nuotare, dove d’inverno le serrande restano abbassate perché nessuno si arricchisce con gli ombrelloni di Marinella.
La logica della concorrenza, applicata a questo contesto, non produce efficienza. Produce solo dolore.
Il Comune: un anno per prepararsi, un mese per distruggere
C’è però un capitolo di questa storia che riguarda più da vicino chi amministra Sarzana, e che merita di essere raccontato senza sconti.
Il problema delle concessioni balneari non è caduto dal cielo la mattina del 3 febbraio 2026. Era nell’aria da anni. La direttiva Bolkestein era del 2006. I contenziosi italiani si trascinavano da un decennio. La legge delega del 2022 aveva già scritto nero su bianco che le gare sarebbero arrivate. Chiunque avesse voluto prepararsi, poteva farlo.
Il Comune di Sarzana, invece, si è trovato impreparato. E quando la sentenza è arrivata, ha scelto la strada più comoda: eseguire alla lettera, senza un grammo di discrezionalità a favore degli operatori. Ordinanze di demolizione spedite ad aprile, a stagione balneare già avviata, con venti giorni di tempo per abbattere strutture costruite in decenni. Un bando di gara pubblicato con meno di un mese di tempo utile per preparare proposte progettuali complesse, articolate, tecnicamente impegnative. Termini che un grande studio legale o una società di capitali strutturata può rispettare, ma che per una famiglia di gestori balneari rappresentano un ostacolo pensato su misura per escluderli.
Non si tratta di simpatie politiche. Si tratta di una scelta amministrativa precisa: quella di non usare nemmeno un millimetro dello spazio che la legge lasciava all’Amministrazione per proteggere chi lavorava onestamente su quel litorale da vent’anni. Quella di non accompagnare la transizione, ma di affidarla interamente all’inerzia delle sentenze. Quella di dimenticare che amministrare non significa solo eseguire ordini dei tribunali, ma anche prendersi cura delle persone.
Il vantaggio che nessuno sa nominare
Ho una domanda semplice, e la rivolgo a chiunque abbia contribuito a produrre questa situazione — giudici, funzionari, legislatori, tecnocrati europei: qual è il vantaggio concreto per i cittadini?
Le spiagge di Marinella diventeranno più belle? I prezzi degli ombrelloni scenderanno? I turisti saranno più soddisfatti? O semplicemente arriveranno gestori nuovi, magari da fuori, che non conoscono il territorio, che non hanno storia con questo mare, che faranno i conti come si fa con qualunque investimento finanziario — e poi, quando non torna, andranno via?
Il mercato ha le sue logiche. Ma il demanio marittimo non è un mercato qualunque. È un bene pubblico affidato a privati perché lo gestiscano nell’interesse della collettività. E la collettività, qui, sono i cittadini di Sarzana, le famiglie che passano l’estate a Marinella, i bambini che crescono con la sabbia tra i piedi. Quella collettività non ha chiesto questo. Non ne ha tratto alcun beneficio. Ha solo assistito, impotente, a uno spettacolo burocratico che l’ha esclusa completamente.
Il coraggio che manca
Non scrivo questa lettera per difendere i “poteri forti” delle concessioni balneari — categoria con cui, in questo caso, ho ben poco a che fare. Scrivo perché credo che esista, tra il “tutto libero” e il “tutto bloccato”, uno spazio di buon senso che la politica italiana non riesce, o non vuole, occupare.
Esistono modelli europei — in Francia, in Spagna, in Portogallo — dove le concessioni balneari vengono regolate con criteri trasparenti, durata ragionevole, tutele per gli operatori storici, senza azzerare decenni di investimenti e senza fingere che sessanta metri di arenile ligure siano equivalenti a una concessione autostradale.
Basterebbe un po’ di coraggio politico. Basterebbe smettere di nascondersi dietro le sentenze e chiedersi, una volta, cosa sia giusto — non solo cosa sia formalmente legittimo.
Nel frattempo, a Marinella, le cabine restano a terra. E l’estate è già cominciata”.


