Logo
«Servono scuola, decoro e controlli». Cittadini, sindacati, Arci ed esercenti al Consiglio sulla sicurezza

«Il problema nasce nella fragilità educativa che attraversa la società contemporanea, nasce dalle difficoltà crescenti delle famiglie, nelle scuole, nelle istituzioni. Negli ultimi anni abbiamo assistito allo svuotamento di servizi e di residenti dei centri storici»

MASSA – La seconda fase del consiglio comunale aperto a tema di sicurezza urbana, voluto e chiesto dopo i fatti di piazza Palma nella notte del 12 aprile scorso con l’uccisione di Giacomo Bongiorni, ha visto protagonisti gli esercenti, i cittadini e anche la scuola in un dibattito che potrebbe aiutare quanto meno a mettere insieme i tasselli di un contesto piuttosto complesso. Ne è emerso un quadro in cui a farne le spese sono soprattutto le giovani generazioni lasciate sole, nella solitudine e nella depressione. Questo è l’elemento a cui tutte le parti intervenute alla fine hanno convenuto. E tutte hanno chiesto, cittadini inclusi, di istituire un tavolo permanente che li includa.

Tra le accuse mosse dal comitato dei cittadini del centro storico ad alcuni locali riottosi nel rispettare le regole, tra la richiesta dei commercianti ad aprire lo sguardo a tutti i molteplici aspetti della questione rifiutandosi di accollarsi in via esclusiva la responsabilità dei fatti accaduti e puntando il dito contro il disfacimento della società, spicca il discorso del sindacalista Uil Carlo Romanelli che rivendica la interconnessione tra il dimensionamento scolastico, i tagli praticati alla scuola pubblica, rimasta ultimo baluardo per l’aggregazione dei giovani, con la crisi e il disagio di questi ultimi.

«Qua a Massa-Carrara si è tagliato più che altrove. Massa-Carrara ha avuto 49 alunni in meno e ha avuto 19 cattedre in meno dello scorso anno, ma Lucca, o Firenze hanno avuto un calo dell’ordine di 500 alunni e classi in più – ha sottolineato in aula Carlo Romanelli di Uil scuola Massa-Carrara – Tagliare le scuole significa aumentare la povertà e invece dovrebbe essere tutelato proprio il territorio dove c’è maggiore povertà. Avere più scuola significa avere una società migliore».

Non è distante da questa riflessione quanto osserva Riccardo Bardoni di Arci provinciale e regionale. L’educatore professionista di strada ricorda il suicidio avvenuto a Massa di un 22enne qualche giorno l’uccisione di Giacomo Bongiorni, e l’anno prima di altri due ragazzi, mettendo in evidenza l’esistenza di un malessere che si tocca con mano. Fondamentale per lui passare attraverso progetti di aggregazione, educativi e sociali anche attraverso gli animatori di strada. Fa poi riferimento a un argomento mai toccato espressamente prima: l’integrazione degli stranieri. «A Massa – dice – c’era lo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) finanziato dal ministero ma sospeso nel 2018. Con questo progetto sono stati 20 gli inserimenti fatti, con 4 educatori e 2 mediatori culturali e c’erano tanti progetti di formazione e inclusione» ha ricordato l’Arci.

C’è stata poi la rabbia composta dei cittadini del centro storico. Il loro J’accuse letto in un comunicato da Sarah Pugi ha messo sotto la lente di ingrandimento l’azione di governo dell’amministrazione colpevole del degrado prodotto da sporcizia e rifiuti abbandonati, odori di urina, escrementi di piccioni, vegetazione urbana infestante «conseguenza di priorità errate, malagestione, servizi di pulizia ordinaria insufficienti. Il degrado amplifica l’inciviltà delle persone e dà la percezione di una città senza controllo aumentando il senso di impunità soprattutto nei ragazzi più giovani e spianando la strada a vandalismo e comportamenti violenti» accusano i cittadini che non risparmiano critiche anche agli esercenti anche se sottolineano che non tutti tengono atteggiamenti irresponsabili: «In questo contesto di degrado si inserisce la gestione spregiudicata e irresponsabile del pubblico esercizio da parte di alcuni esercenti. Essi ignorano ripetutamente il divieto di somministrazione di alcolici a chi è già ubriaco, la responsabilità sul comportamento dei propri clienti, il divieto di immissione di musica oltre i limiti previsti e l’obbligo di cura del suolo pubblico occupato. Piacerebbe anche a noi considerare tutti gli esercizi pubblici come presidi di socialità, vitalità urbana e sicurezza ma non è possibile senza prima isolare e contrastare questo modello di business del degrado che ha conseguenze dirette anche sulla sicurezza urbana».

Oltre al degrado ambientale e alla gestione irresponsabile dei pubblici esercizi i cittadini lamentano la mancanza di controllo. E poi la critica più grave, come viene definita, è nei confronti della gestione della polizia locale. «È la più grave che vi contestiamo. Le forze dell’ordine intervengono su questioni di ordine pubblico ma per tutto il resto siamo nelle mani di nessuno: disturbo alla quiete pubblica, schiamazzi, ubriachezza molesta, atti contrari alla pubblica decenza musica oltre i limiti, malagestione del suolo pubblico. Chi viola le norme sa di poterlo fare impunemente, serve la polizia locale a piedi sin dall’inizio delle serate fino alla chiusura, una presenza normale non punitiva che dia un senso di città tutelata ma che rilevi e verbalizzi i comportamenti illeciti correggendo così la percezione di poter fare quello che si vuole». Soggiungono i cittadini: «Se non ci sono i soldi vanno trovati, anche a discapito di iniziative e progetti a maggior impatto mediatico, perché è vostra responsabilità istituzionale dare priorità a sicurezza e salute dei cittadini».

A parlare per i commercianti ci sono diverse categorie. «Il problema non è nato il 12 aprile. Il problema non nasce all’una di notte davanti a un locale – propone un ragionamento diverso per alcuni versi Francesco Bennati di Confesercenti peraltro condivisa sia da Amedeo Guadagnucci di Confimpresa che da Thomas Bini di Fipe Baristi Confcommercio – Pensare che un fenomeno così complesso possa essere risolto portando ordinanze e divieti e scaricando le responsabilità sugli esercenti significa semplificare un problema che ha radici molto più profonde. Quello che stiamo vivendo non è solo un problema di ordine pubblico ma un problema educativo, culturale, urbanistico e sociale».

Confcommercio guarda preoccupata alla scomparsa dei negozi di vario genere e tipo per lasciare quasi il monopolio a bar e locali dove si consumano alcolici, propone: «Il problema nasce nella fragilità educativa che attraversa la società contemporanea, nasce dalle difficoltà crescenti delle famiglie, nelle scuole, nelle istituzioni. Negli ultimi anni abbiamo assistito allo svuotamento dei centri storici, nelle delocalizzazioni costanti di funzioni, servizi e flussi economici: ma quando un centro storico perde residenti, perde commercio, perde i servizi quotidiani allora perde identità e presidio sociale e quando un tessuto sociale si impoverisce e si sbilancia verso un’unica tipologia di attività aumenta anche la fragilità urbana». Per questo Confcommercio ha proposto un protocollo provinciale per ottenere un approccio multilaterale perché «la sicurezza urbana non può essere considerata come una competenza isolata, non può essere delegata solo alle forze dell’ordine e non può essere caricata solo sulle attività commerciali. Serve una rete e un tavolo permanente provinciale tra istituzioni, forze dell’ordine e categorie economiche e serve un coordinamento stabile tra il comune e il territorio evitando interventi frammentati e coinvolgendo scuole e terzo settore».