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Paolo Arcangeli saluta il calcio giocato:” Scelta ponderata, il Monzone rappresenta tutto per me”

Lo storico capitano dei granata chiude la carriera a 43 anni dopo ben 26 stagioni sul campo

MONZONE- Due settimane fa, nell’ultima gara della stagione contro il Vorno, il Monzone ha salutato il suo storico capitano Paolo Arcangeli. Un giocatore che è un vero e proprio simbolo della formazione granata, capace di calcare i campi fino all’età di 43 anni e che, al termine di questa stagione, ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo.

In questa lunga intervista concessa a La Voce Apuana, Paolo ha ripercorso i momenti più belli della sua carriera, condividendo ricordi, emozioni e aneddoti che hanno segnato il suo percorso, dentro e fuori dal campo.

Paolo, a oltre una settimana dal ritiro dal calcio dilettantistico, quali sono i pensieri e le emozioni che ti porti dentro?

«È ancora presto per dare dei giudizi. Posso dire che la scelta che ho preso è stata valutata a lungo, quindi sapevo a cosa andavo incontro. Le emozioni sono state forti e inaspettate: mi aspettavo un semplice saluto al pubblico, invece tutto quello che è stato organizzato, con targhe, magliette e striscioni da parte della società, dei ragazzi e dei tifosi, mi ha davvero emozionato. Per capire meglio cosa proverò dovrò aspettare settembre. Sarà il primo settembre senza calcio e vedremo, magari arriverà un po’ di malinconia.»

Una carriera durata ben 26 stagioni, di cui 19 con la maglia del Monzone. Probabilmente sei il giocatore con più presenze nella storia del club: cosa rappresenta per te il Monzone?

«Per me il Monzone rappresenta praticamente tutto. Come hai detto tu, ho passato quasi vent’anni lì: con la maglia granata ho iniziato e ho finito. Tutte le emozioni più importanti che ho provato giocando a calcio le ho vissute in questo club. Sono orgoglioso di averne fatto parte e, tra virgolette, di averne scritto un pezzo di storia. Un’altra cosa che mi rende orgoglioso è esserne stato il capitano, e ancora di più aver indossato la fascia in un anno storico come quello del centenario.»

Quando hai iniziato a giocare, quale era il tuo sogno? Guardandoti indietro oggi, pensi di averlo realizzato?

«Quando inizi a giocare il sogno è quello di ogni bambino: arrivare a giocare per la propria squadra del cuore e magari in Nazionale. Io non ci sono andato neanche vicino, però, anche se non ho realizzato i sogni del Paolo bambino, sono contento del percorso che ho fatto. Gioco da quando ho otto anni, ho conosciuto tantissime persone ed è stata un’esperienza che mi ha formato molto, soprattutto dal punto di vista caratteriale. Mi ritengo fortunato ad aver potuto giocare a calcio così a lungo.»

Qual è stata la soddisfazione più grande della tua carriera? E invece la delusione più difficile da superare?

«Non ho vinto tantissimo nella mia carriera, quindi penso che la vittoria della Coppa Toscana di Seconda Categoria con la Palleronese sia stata la gioia più grande, un traguardo storico. La delusione più forte invece è stata la retrocessione del Monzone in Terza Categoria. Non ricordo precisamente l’anno, ma è stato un dolore, anche se poi siamo riusciti a risalire subito l’anno successivo.»

Sia dal punto di vista umano che calcistico, qual è l’allenatore a cui sei più affezionato e perché?

«Non c’è un allenatore a cui sono più affezionato in assoluto. Fortunatamente ho un carattere che mi permette di andare d’accordo con tutti e così è stato anche con i mister che ho avuto. Ci sono state scelte condivise e altre meno, ma fa parte del loro ruolo. Negli ultimi anni, però, dal punto di vista calcistico, una persona con cui mi trovavo molto bene era Alessandro Fini. Vedeva il calcio come lo vedo io ed è stato un tecnico che ha dato tanto al Monzone. Quando è andato via è stato un dispiacere. Dopo di lui è arrivato Nicola Mastrini, che prima di tutto è un grande amico. Merita una menzione perché ha lavorato bene e gli auguro tante soddisfazioni, perché è un ragazzo che ha voglia e capacità.»

Chi è stato il giocatore più forte con cui hai giocato? E quale compagno, invece, è stato il più importante dal punto di vista umano durante il tuo percorso?

«È difficile fare un solo nome perché ho avuto la fortuna di giocare con tanti giocatori forti e con tante persone importanti. Nel calcio, soprattutto dopo tanti anni, rischi sempre di dimenticare qualcuno. Posso dire però che la cosa più bella che mi porto dietro sono i rapporti umani che si sono creati negli anni, alcuni dei quali sono diventati vere amicizie che porto ancora oggi nella mia vita.»

C’è un gol a cui sei particolarmente legato?

«Il gol a cui sono più legato è quello segnato in un Monzone-Fivizzanese, una punizione che ogni tanto ripropongo anche sui social. Non ho fatto tantissimi gol, quindi mi piace ricordare quello. Poi il derby, per noi della Lunigiana, ha sempre un significato particolare. Voglio ricordare anche una rete contro il Serricciolo, un tiro da fuori area finito all’incrocio in una partita che avevamo vinto.»

Quanto è stata importante la tua famiglia in questi 26 anni di calcio? E tuo figlio diventerà più forte di te?

«La famiglia è stata importantissima, soprattutto negli ultimi anni. Mia moglie e mio figlio mi hanno sempre appoggiato, senza mai mettermi i bastoni tra le ruote, e sono stati presenti a tutte le partite. Conciliare famiglia e calcio non è semplice e voglio ringraziare mia moglie perché non mi ha mai ostacolato in nessuna decisione. Ho giocato fino a 43 anni e anche lei ha avuto un ruolo importante: quando le cose non andavano bene mi ha sempre aiutato e consigliato. Giocando a pallavolo sa cosa significa far parte di uno spogliatoio e quando ce n’è stato bisogno mi ha dato una mano. Per questo posso dirle solo grazie. Per quanto riguarda Dani, sono contento che abbia preso la passione per il calcio e che abbia iniziato a giocare. Diventare più forte di me? Ci vuole poco, quindi spero davvero che ci riesca.»

Se oggi potessi parlare al Paolo ventenne, cosa gli diresti?

«Gli direi di essere un po’ più libero mentalmente. Nei primi anni della mia carriera avevo molta paura di sbagliare e questo mi bloccava. Un carattere più sereno mi avrebbe aiutato. Però è normale quando sei giovane: con l’esperienza impari a vivere il calcio con maggiore tranquillità.»

Adesso ti aspettano i Rangers Soliera negli amatori… confermi? E dopo il calcio giocato ti piacerebbe restare nel mondo dilettantistico, magari con un altro ruolo?

«È presto per parlare del futuro. Sono molto felice che i ragazzi del mio paese abbiano costruito questa realtà e la portino avanti con passione e organizzazione. Però la mia decisione di fermarmi nasce da tanti motivi: l’età, gli impegni e il poco tempo libero. Quando prendo un impegno lo porto fino in fondo e anche se si parla di amatori non mi sembrerebbe giusto giocare solo il sabato senza allenarmi durante la settimana. Per ora non c’è niente di deciso, anzi l’idea al momento è proprio quella di smettere. Poi vedremo con calma cosa succederà.»