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|«La scuola non è un’azienda». Protesta e sciopero allo Zaccagna contro la riforma Valditara
«Tagliano le ore della materie umanistiche e scientifiche e anticipano l’età per gli stages aziendali. Anche gli imprenditori ci faranno lezione. Ma noi vogliamo gli strumenti per una crescita personale e diventare cittadini pensanti. E intanto in classe ci piove»
CARRARA – Gli studenti dell’Istituto tecnico Zaccagna stamani hanno scioperato e manifestato davanti alla loro scuola. Cosa chiedono? Quei ragazzi, radunati numerosi davanti al plesso sul viale XX Settembre, hanno una richiesta precisa indirizzata al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, autore di una riforma che genera maldipancia a tanti. Gli studenti dello Zaccagna non vogliono essere «costruiti» sulla base delle esigenze delle aziende, ma chiedono di essere formati ed educati. Chiedono che sia data loro la possibilità di diventare cittadine e cittadini consapevoli e, per diventarlo, sanno di aver bisogno di strumenti di conoscenza a tutto campo e di mezzi culturali adeguati. «Di cultura non si vive» aveva detto qualcuno. Beh, secondo questi ragazzi invece cultura e conoscenza sono indispensabili per sviluppare un pensiero critico. Chiedono di apprendere per diventare uomini e donne completi e non semplicemente di imparare un mestiere.
Eppure la riforma del ministro Valditara del governo Meloni, quella sugli istituti tecnici, va in tutt’altra direzione rispetto alla visione degli studenti: pratica tagli di ore proprio nelle materie umanistico-scientifiche sostituendole con la parte didattico-tecnica; affretta al primo anno — e non più al terzo — la scelta dell’indirizzo formativo, impedendo poi di cambiare percorso; rafforza la formula dell’alternanza studio-lavoro con stage aziendali a 14 anni e non più a 16; accorpa materie fondamentali, ciascuna con una propria indipendenza — biologia, fisica e chimica diventano un’unica materia, scienze sperimentali. Insomma, per i ragazzi si tratta di una riforma-disastro per la quale si sentono tarpare le ali, prigionieri di un percorso obbligato che non permetterebbe loro un eventuale accesso all’università, privati di un’adeguata preparazione. «Tagliate i nastri, non il nostro futuro» scrivono su uno striscione appeso al muro della scuola, e anche: «La scuola non è un’azienda».
Ci dice Chiara Brigato: «Sono una studentessa dello Zaccagna e siamo qui anche con l’appoggio di gran parte dei docenti, perché nel consiglio di istituto è emerso che la maggioranza è contraria alla riforma. Nei nostri cartelloni abbiamo scritto e ribadito che la scuola non è un’azienda: non siamo solo forza lavoro. Questa riforma vuole trasformare gli istituti tecnici in luoghi puramente deputati alla preparazione al lavoro, aumentando così il divario tra istituti tecnici e licei. Il nostro timore è che la scuola possa progressivamente perdere il suo ruolo formativo completo e trasformarsi in uno strumento finalizzato all’ingresso nel mondo del lavoro. Noi siamo qui perché pensavamo che dopo la scuola potessimo avere la possibilità di scegliere tra università o mondo del lavoro, ma questa deve essere la nostra scelta, non ci deve venire imposta — e con la riforma sembra un’imposizione. Fin da subito vengono introdotte le materie di indirizzo» — descrive Chiara — «fin dal primo anno, anticipate rispetto al terzo. Per esempio, elettronica al Galilei viene anticipata al primo anno, ma per affrontarla è necessario conoscere le disequazioni matematiche, che non si studiano in prima ma in terza. In più, in prima ci sono tagli a materie fondamentali: matematica, diritto, economia politica, economia aziendale, geografia e lingue. Anche lettere sarà tagliata, probabilmente, ma su questo non è ancora chiaro, perché le direttive del ministro riguardano solo il primo anno. Ovviamente, con il taglio del monte ore ci saranno tagli anche agli insegnanti. Addirittura, anche gli imprenditori verranno a fare lezione a scuola e già a 14 anni gli studenti andranno in azienda. Chiediamo che questa riforma venga ritirata o riformulata: non siamo contro il cambiamento, ma per noi questo non è un cambiamento positivo.» Riprende poi a illustrare i tagli: «Ci saranno tagli nel settore tecnologico. Sostituito da scienze sperimentali — materia unica che unisce fisica, chimica e biologia — è un problema, come ci hanno detto alcuni insegnanti, anche perché non è chiaro quale sia la classe di concorso per insegnarla: sarà il professore di chimica? Di fisica? Comunque sarà un unico insegnante che dovrà trattare cenni di chimica, cenni di fisica, cenni di biologia, anche se sono materie distinte e verranno insegnate tutte insieme. Per noi che siamo qui stamani non cambierà niente, perché la riforma non è retroattiva, ma sarà un problema per chi viene dopo di noi.»
Ma ci saranno ripercussioni anche per l’ingresso nel mondo del lavoro. «Secondo la riforma, l’istituto tecnico dovrà adattarsi alle imprese del territorio: ma il punto è che se, ad esempio, a Massa-Carrara le aziende guardano alle cave, non è così altrove — e questo si rifletterà sulle nostre possibilità di spenderci nel mondo del lavoro in altri territori.»
Conclude Chiara: «Una riforma fatta senza di noi, senza coinvolgere studenti e insegnanti, non può essere una riforma giusta: vorremmo essere coinvolti nelle decisioni. La scuola deve essere un luogo di crescita, non solo professionalizzante. Deve permettere la crescita anche personale, civile e culturale. Noi non siamo macchine, ma cittadini pensanti. Scegliere a 13 anni il proprio indirizzo, scegliere a 13 anni definitivamente il proprio futuro, può creare problemi. Vogliamo scegliere il nostro futuro in libertà. Questo è un dissenso molto ampio: alcuni di noi sono andati a Pisa per una manifestazione più grande. Negli anni delle superiori si cambia: magari alla fine del percorso si scopre di avere passione per materie umanistiche, anche se si era scelto il liceo scientifico — e questa riforma impedisce di poter cambiare idee e passioni e automatizza tutto. Di fronte alla richiesta di portare l’educazione affettiva nelle scuole si risponde con l’educazione all’impresa, per essere più performanti, e con l’irrigidimento del percorso. Vorremmo essere formati come cittadini, non come lavoratori. Veniamo visti come risorse e non come persone pensanti. La scuola deve collaborare col mondo del lavoro, ma non deve dipendere da esso.»
A tutto ciò si aggiunge la denuncia di Giulia, al primo anno dello Zaccagna, sulle criticità strutturali del plesso. «La riforma viene fatta perché dicono di voler modernizzare la scuola — chiede —: ma come si fa con le mura che crollano? Ci sono sempre stati problemi strutturali con infiltrazioni d’acqua, muffa e scale inagibili. Stamani siamo qui anche perché la nostra scuola cade a pezzi. Con due giorni di pioggia, martedì i ragazzi durante la ricreazione non potevano uscire dall’aula perché c’era il rischio di scivolare per via dell’acqua: le scale erano allagate. Il giorno dopo i ragazzi hanno tardato a entrare in classe perché le collaboratrici scolastiche erano impegnate ad asciugare le scale completamente bagnate. E poi il problema della muffa. Senza considerare due rampe chiuse: se chiudessero anche le altre due, come faremmo a entrare in classe? Non abbiamo la palestra: così alcune classi vanno alla Perticata, mentre altre raggiungono in pulmino il palazzetto dello sport di Avenza: è inaccettabile. I lavori in palestra sono fermi e non siamo l’unica scuola che si lamenta delle proprie condizioni.»

