Logo
«Scienza al servizio delle persone, non del profitto». Il messaggio dal convegno di Marina di Carrara

Protagonisti il professor Giovanni Frajese e la giornalista Raffaella Regoli. Il medico: «Avevamo ragione a chiamare “sperimentali” i cosiddetti vaccini anti-covid». Poi il ricordo di De Donno: «La sua cura col plasma iperimmune fu fatta fallire»

MARINA DI CARRARA – «In un caso o nell’altro quei farmaci hanno un’interazione coi tumori». A dirlo Giovanni Frajese, endocrinologo e professore associato all’Università di Roma Foro Italico, in relazione ai cosiddetti vaccini anti-covid a mrna. Frajese, che è anche consulente della commissione parlamentare sul Covid è stato ospite – assieme alla giornalista Raffaella Regoli di Mediaset – del partecipato convegno organizzato a Marina di Carrara (Massa-Carrara) dall’associazione Mycelium Aps, dal titolo “Riprendiamoci la salute – Dialogo a due voci su sanità, vaccini ed enti regolatori: tutelano davvero il nostro diritto alla salute?”. A quest’ultima domanda, la risposta che è emersa nel corso dell’evento – tenutosi in una sala gremita della parrocchia della Ss Annunziata – è stata «no».

Non è un caso che Frajese in epoca Covid aveva messo in evidenza come quei “vaccini” fatti passare per «sicuri ed efficaci», erano in realtà «prodotti sperimentali messi in commercio senza studi sulla cancerogenicità e genotossicità». Questo è stato uno dei passaggi centrali del convegno, durante il quale sono stati citati due studi praticamente agli antipodi: uno, esaltato dai sostenitori di quei farmaci a mrna, che raddoppierebbe la sopravvivenza nei pazienti in immunoterapia affetti da tumori polmonari e melanomi. L’altro: un’analisi sud-coreana che ha esaminato i rischi di cancro a un anno dalla vaccinazione anti-covid su un database di 8,4 milioni di persone. I ricercatori asiatici hanno stabilito una possibile associazione tra vaccinazione e aumento del rischio di diagnosi per alcuni tipi di cancro. In ogni caso, ha evidenziato Frajese, ci sarebbe «un’interazione coi tumori» che all’epoca della messa in commercio non era chiara.

L’evento è stato introdotto dalla presidente dell’associazione, Marianna Massa, che ha messo in evidenza come ci sia un gran bisogno di «riprendersi la salute anche attraverso una scienza al servizio delle persone e non del profitto». Il riferimento al virologo e sostenitore dei vaccini covid Fabrizio Pregliasco non è stato casuale. È di pochi giorni fa, infatti, l’audizione del noto medico in commissione parlamentare dove ha reso noti i finanziamenti ricevuti da case farmaceutiche tra cui Pfizer e Moderna, le due case farmaceutiche che l’hanno fatta da padrone durante la pandemia coi loro preparati a mrna.

«La scienza – ha detto Frajese – dovrebbe tornare a fare la scienza. Oggi questo nel nostro Paese non c’è. Negli Stati Uniti, per fortuna, qualcosa sta cambiando». Poi il medico ha parlato della commissione parlamentare: «Non siamo ancora arrivati alle audizioni su vaccini e green pass. Spero che la commissione abbia il coraggio e la voglia di toccare i nodi più importanti».

Raffaella Regoli, presente col suo libro “I padroni dell’Oms” (l’Organizzazione mondiale della sanità, ndr), si è concentrata sull’influenza delle case farmaceutiche sulla politica, parlando anche del recente caso che ha riguardato la chiusura dei conti bancari subìta da un ex lobbista, Frédéric Baldan, il principale accusatore della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, nel cosiddetto Pfizergate. L’intervento si è poi spostato sul ricordo di Giuseppe De Donno, compianto primario di pneumologia dell’ospedale di Mantova, che aveva messo in campo con successo la sperimentazione di cura del covid col plasma iperimmune. «Quella terapia fu tolta di mezzo perché evidentemente dava fastidio» ha detto la giornalista.

Sulla questione anche Frajese: «Probabilmente De Donno non aveva consapevolezza di quanto fosse l’impatto della terapia da lui proposta. Quella cura, che fu fatta naufragare in maniera piuttosto sporca, doveva essere somministrata entro al massimo 72 ore dal sorgere dei sintomi, invece nel corso della sperimentazione, che avrebbe portato la terapia a essere considerata una cura ufficiale contro il covid, il plasma veniva somministrato al 7° o 8° giorno quando la tempesta citochinica si era già manifestata e in questo caso non risultava efficace. Quindi quella terapia doveva fallire altrimenti quei cosiddetti vaccini non avrebbero potuto ricevere l’autorizzazione in emergenza per la loro commercializzazione e somministrazione».

«Il senso degli incontri come quello di oggi – ha concluso Frajese – non è solo ricordare ciò che è accaduto ma tenere una luce accesa su quello che potrebbe accadere a breve. Il green pass, sotto forma di digital id europeo, potrebbe tornare ma soltanto se noi lo consentiremo».