“Omega club”: all’Accademia di Carrara le storie minori che non vengono raccontate
La mostra degli studenti della professoressa Miorandi al Mantica project: «Attraverso la tecnologia, utilizzata in modo tale da amplificare il contenuto, siamo riusciti ad esprimere tutta una serie di concetti complessi, legati al passato, ma anche alla società in cui viviamo oggi»
CARRARA – “Omega club è una mostra che racconta di storie minori, quelle che non hanno a che fare, e che non vengono raccontate, dalla narrazione ufficiale, come storie queer, di femminismi, storie di lotte per i diritti civili”. Ha spiegato la professoressa dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, Valentina Miorandi, durante la mostra interattiva tenutasi a Carrara (Massa-Carrara), al Mantica project (piazza Alberica e via Apuana), martedì 11 febbraio. Realizzata dagli studenti di Nuove tecnologie dell’arte, l’esposizione ha potuto prendere vita grazie alla consultazione del centro di documentazione “Aldo Mieli” di Carrara, fonte storica preziosa e simbolo di resistenza culturale.
“Attraverso la tecnologia, la quale penso sempre sia un’ancella, non l’oracolo da cui dipendere e che, quindi, debba essere utilizzata in modo tale da amplificare il contenuto, siamo riusciti ad esprimere tutta una serie di concetti complessi, legati alla società in cui viviamo. Abbiamo raccontato storie di donne in Afghanistan, storie di persone queer, di club degli anni ’20 e ’30 di Berlino e di San Francisco, i quali erano luoghi di aggregazione e di incontro segretissimi, dove le persone potevano incontrarsi liberamente. E’ un qualcosa di cui, oggi più che mai, non è scontato parlare, vivendo in un mondo dove tutto si sta complicando, particolarmente negli ultimi periodi”.
“Mi ha veramente sorpresa il fatto che gli studenti e le studentesse si siano appassionati, si siano presi cura di queste storie, le quali hanno trattate con una dolcezza e un linguaggio di arte contemporanea che mi hanno piacevolmente colpita – ha concluso la prof. Miorandi – Devo dire che il risultato è stato una grande soddisfazione”.
“L’opera qui davanti contiene cinque video che si attivano su questo schermo non appena i sensori percepiscono che ci sia una persona davanti. – ha spiegato Mattia Giannini, studente del terzo anno di Nta e creatore dell’opera insieme ad altri quattro ragazzi, i quali vivendo lontano, non sono riusciti a presenziare – I video rappresentano varie personalità che si sono ritrovate all’interno della lotta per i diritti e che abbiamo avuto l’occasione di conoscere consultando l’archivio Mieli. Inizialmente, l’idea di base era quella di far sì che lo spettatore, nello specchiarsi, attivasse un video, in modo da sottolineare la vicinanza tra noi e loro”.
“Nonostante non ci sia l’effetto specchio, lo scopo dell’opera è sempre quello di sensibilizzare il singolo, in relazione alle varie vicissitudini che hanno dovuto vivere queste persone, per stabilire diritti gender o dell’esistenza della persona stessa. Abbiamo preso come ispirazione i video reel su Instagram, anche per quanto riguarda la didascalia”. “Il nostro progetto è un’esposizione fotografica di più nudi artistici, femminili e maschili, in bianco e nero, all’interno del muro dove, un tempo, passava il camino. – hanno illustrato Giorgia Corte e Massimo Guidi, anche loro studenti del terzo anno di Nta che hanno realizzato la loro opera lavorando con altre due persone – Il tema che abbiamo voluto toccare è quello della sessualità esplicita. Quando si entra all’interno di questa “nicchia”, illuminata con luce rossa, ci si ritrova in uno spazio molto ristretto, circondati dalle fotografie e, per avere un’immersione sensoriale ancora più profonda, veniamo avvolti da un suono di sottofondo, creato da noi personalmente: si tratta di un insieme di gemiti di godimento, alterati dal battito di un cuore amplificato. Una volta all’interno del “camino” ci si ritrova in un luogo angusto e stretto, proprio per evocare la sensazione di intimità privata, la quale, a sua volta, a seconda della persona, può richiamare diverse emozioni, come piacere, disgusto, imbarazzo”.
Tra video e varie opere interattive, come quella di alcune foto polaroid sul muro che, inquadrate con un’app del telefono, iniziano a prendere vita sul nostro schermo, un’altra produzione interessante è quella realizzata da Emanuele Baccigalupi, assieme ad altri tre suoi compagni di corso. “E’ un videogame e si basa sul convincere otto personaggi che incarnano le persone più comuni, come una signora anziana, un delinquente, un fioraio, un imprenditore, tutti di mentalità ristretta, a sfondare il cancello che li rinchiude in questa prigione, attraverso affermazioni che possano mutare il loro modo di pensare e iniziare, così, il loro viaggio per combattere l’oppressione che li segrega. A una delle pareti abbiamo una gigantografia di un telegiornale, reso abbastanza disturbante, e accompagnato dalla pubblicità di tabù: sono il simbolo di ciò che viene imposto nella mentalità dei cittadini che, se non spinti a riflettere, continuano a vivere passivamente in questo mondo di ipocrisia e falsità”.


