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«Carcere di Massa, un lavoro che i giovani non vogliono per i detenuti a fine pena»

Una occupazione ‘vera’ all’esterno della Casa circondariale, con regolare contratto disciplinato dalla contrattazione collettiva nazionale

MASSA-CARRARA – E’ un progetto già avviato da qualche tempo che ha avuto modo di essere sperimentato con successo e che ha permesso a una ventina in tutto di detenuti a fine pena, per il momento è questo il numero dei carcerati della Casa circondariale  di Massa coinvolti, di iniziare un percorso di reinserimento attraverso quello che rappresenta l’elemento chiave della socializzazione e dell’inserimento in società: il lavoro. Un lavoro ‘vero’ all’esterno del carcere con regolare contratto disciplinato dalla contrattazione collettiva nazionale, viene offerto ai detenuti del carcere di Massa, Casa circondariale piuttosto ‘ ambita’ (234 dipendenti in tutto) proprio perché nota per essere un istituto con politiche all’avanguardia che mettono al centro il lavoro nell’ottica del recupero sociale.

E’ la direttrice del carcere Antonella Venturi a spiegare le modalità di svolgimento del progetto. Alla base dello stesso c’è una scrupolosa valutazione circa il profilo psicologico, compiuta da un’équipe di professionisti che si focalizza su chi è quasi arrivato al raggiungimento del traguardo e quindi ad aver scontato quasi per intero la detenzione prevista dalla condanna definitiva inflitta. Da una parte c’è questa scrematura curata dall’istituto che porta a individuare 4/5 candidati e dall’altra ci sono le imprese ‘volontarie’ del progetto, le quali fanno  sapere all’istituto i requisiti da loro richiesti. Per la maggior parte si tratta di imprese appartenenti ai settori di ristorazione ed edilizia. Il colloquio  viene poi condotto direttamente dall’impresa stessa che poi sceglierà il lavoratore e che durante il rapporto di lavoro resterà comunque in costante contatto con l’istituto carcerario, segnalando eventuali assenze o irregolarità. Si tratta di una misura prevista dal dispositivo dell’art. 21 Legge sull’ordinamento penitenziario il quale recita: ‘ I detenuti e gli internati possono essere assegnati al lavoro all’esterno in condizioni idonee a garantire l’attuazione dei fini del trattamento rieducativo’. Ci spiega la direttrice che consiste in una forma differente rispetto alla semilibertà, concessa invece dalla magistratura di sorveglianza prevedendo maglie più larghe. “E’ uno strumento in più che viene dato a chi ha sbagliato consentendogli una seconda opportunità, per aiutarlo a non cadere nella recidiva e ad abbattere quel pregiudizio che spesso impedisce l’integrazione effettiva nel tessuto sociale una volta usciti dal carcere dopo aver scontato la pena detentiva, creando quindi il rischio concreto della reiterazione del reato” osserva la direttrice del carcere assieme a Elena Ghiloni  funzionario giuridico-pedagogico, la quale riferisce a sua volta come all’interno dell’istituto vengano svolti molti corsi di formazione proprio nella prospettiva di una migliore reintegrazione in società ribadendo poi come chi, uscendo venga comunque monitorato incessantemente. E’ Stefano Fabbri di Seconda Chance, associazione che collabora al progetto, a precisare l’incidenza della recidiva sulla popolazione carceraria: “Il 60% detenuti è già stata in carcere – informa Fabbri – ma se trovano lavoro la percentuale di recidiva scende al 2%”. Non solo: Stefano Fabbri per far comprendere la portata del campo operativo dell’associazione rende noto qualche altro dato: “In due anni in Toscana abbiamo agevolato 350 inserimenti: il 90% dei detenuti ed ex detenuti, una volta terminato il progetto, rimane a lavorare nell’impresa che oggi conosce una nuova eticità, più attenta all’aspetto sociale”.

Sui motivi per i quali le aziende e le imprese desiderino partecipare al progetto non c’è solo da metter in conto l’agevolazione contributiva accordata per questo tipo di contratto di lavoro. Ne parlano diffusamente in conferenza Roberto Biancolini presidente di Ance Toscana Costa (Associazione Nazionale Costruttori Edili) e Andrea Biancolini legale rappresentante di Tecnopali Apuana S.R.L. . La società, che si occupa di realizzare opere speciali di consolidamento, perforazioni, pali, micropali, tiranti, pareti chiodate , diaframmi, jet grouting, drenaggi, lavori in terra, costruzione e manutenzione di strade, dopo aver accolto tra le sue fila, circa 18 dipendenti, un primo carcerato a fine pena che vedrà presto il suo contratto trasformarsi a tempo indeterminato, si appresta a dare il via a un nuovo contratto con un altro detenuto.

“Finalmente nei colloqui di lavoro incontriamo persone motivate, interessate e con molta voglia di fare. Purtroppo oggi il mondo del lavoro è cambiato, le nuove generazioni si sentono distanti da questo tipo di lavoro – lamentano padre e figlio – i giovani che accettano di lavorare non restano a lungo e succede anche che non diano neppure le dimissioni, semplicemente non si fanno più vedere. Eppure garantiamo una retribuzione più alta della media per questo settore e tutta la sicurezza prevista dalla legge, anche se sotto questo profilo il nostro è un settore screditato”. Per questo motivo Roberto Biancolini incoraggia i colleghi imprenditori ad abbattere il muro del pregiudizio e ad aprire le porte delle loro aziende a questo tipo di progetto inclusivo.