Padellaro a Carrara ricorda Berlinguer e accusa la sinistra: «Nessuna riflessione su fuga di voti»
«Quelle 500mila preferenze di Vannacci non sono cadute dal cielo»
CARRARA – Scrosciano applausi a Carrara dalla piazza colma di pubblico quando ricorda Enrico Berlinguer, in quel giorno drammatico, in un’altra piazza a Padova: era il giugno di quarant’anni fa e l’amato segretario Pci nonostante la sofferenza di un ictus in corso, che lo aveva colpito proprio mentre era lì sul palco e che poi non gli avrebbe lasciato scampo, voleva portare a termine il suo discorso mentre la folla lo implorava di risparmiarsi. A una piazza XXVII Aprile traboccante di pubblico, in occasione del Paper Fest, Antonio Padellaro racconta frammenti di storia del nostro paese, così come ha osservato lui, con il privilegiato sguardo di chi è potuto entrare fin dietro le quinte. Il suo libro, ‘Solo la verità lo giuro’ diventa così lo spunto per la giornalista nostrana della Nazione Cristina Lorenzi, di un’intervista a tutto campo all’ex direttore e oggi editorialista del Fatto Quotidiano. In platea, in prima fila, ad ascoltarlo c’è anche l’amico, collega e compagno di un’avventura che poi si è trasformata in uno dei giornali più letti nel panorama nazionale, Marco Travaglio.
Ci sono ancora politici in grado di restare fedeli al proprio popolo? La disamina di Padellaro parte da una figura iconica e non solo per la sinistra italiana. “Berlinguer morirà sul campo, fedele al suo popolo” osserva il giornalista nel rammentare un’altra stagione politica, altri tempi, quando le parti avverse di destra e di sinistra trovavano l’intelligenza e il coraggio di incontrarsi e di venirsi incontro, di battersi per un superiore bene comune, in nome della fedeltà ai cittadini. Come successe per il rapimento di Aldo Moro. “Il Pci aveva alla sua sinistra estrema le Brigate Rosse e Giorgio Almirante i gruppi estremisti terroristici delle stragi nere. Questo incontro l’ho raccontato per dire che c’è un momento in cui ci sono personaggi che si sono combattuti, ma poi occorre unire le forze per il bene del paese, e lo fecero perché sentivano che c’era un bene superiore” ricorda Padellaro menzionando anche l’episodio in cui ai funerali di Berlinguer andò Almirante e poi ai funerali di Almirante andarono i dignitari Pci: “La politica – dice – deve essere contrasto ma non deve mai mancare il rispetto e non solo per una questione di umanità: perché c’è un bene superiore per il quale la politica dovrebbe battersi”.
C’è anche Bettino Craxi nel libro di Padellaro. Come poteva non esserci uno dei politici italiani più controversi e dibattuti? Ma anche qui il giornalista si discosta dal refrain spesso letto e lascia sotto traccia la sensazione che la differenza di classe tra vecchio e nuovo sia per lui implacabile ed evidente. “La sua figura è legata a Mani Pulite, alla fuga dall’Italia, all’ondata di corruzione che coinvolse il suo partito –premette riferendosi al segretario socialista – però sapeva parlare, aveva capacità oratorie importanti, sapeva tenere alta l’attenzione e il pubblico in ascolto per molto tempo. Questo oggi non ce l’abbiamo più”.
E su Silvio Berlusconi? Antonio Padellaro prova a raccontare nel libro il rapporto umano, al di là della corte dei miracoli che lo circondava e al di là “ dei danni fatti al paese”. “Vedendolo da vicino – rivela Padellaro -Berlusconi aveva questa capacità di creare empatia con il prossimo”.
Quindi, persa la fedeltà, perso il carisma, persa la capacità di saper dire qualcosa di solido e fondato al popolo, persa anche quel minimo di empatia, cosa rimane alla politica oggi? La stoccata alla sinistra di Padellaro arriva puntuale: “L’opposizione, l’area di sinistra unita, aveva la possibilità di battere la destra in una ventina di collegi, quelli in bilico: con una ventina di seggi in più i rapporti di forza sarebbero cambiati. Vedo incapacità. C’è l’incapacità della sinistra di fare riflessioni, di riflettere anche sulla vittoria degli altri, su quei 500 mila voti di Vannacci che non sono caduti dal cielo: c’è una parte del paese che preferisce Vannacci piuttosto che l’opposizione. Oggi abbiamo una leader – fa notare riferendosi a Giorgia Meloni – che dal 2-4% passa ad avere la maggioranza relativa, ma non ho mai sentito né Elly Shlein né Giuseppe Conte domandarsi come mai questi voti siano finiti alla destra. Nessuna riflessione su questa fuga di voti”.
La parte più significativa dell’intervento di Padellaro, dopo l’aneddoto di Berlusconi che in seguito alla promulgazione di una sentenza di condanna e alla conseguente copertina sul Fatto dal titolo ‘Delinquente’ lo chiamava su tutte le furie perché “avete scritto una cosa inaccettabile: io non ho i capelli finti!”, o dopo l’aneddoto di Piero Fassino che chiamava, anche lui arrabbiato, ma bastava rimandare la telefonata nel pomeriggio perché si dimenticasse completamente dei motivi della chiamata, è la sua lezione di giornalismo o meglio sul giornalismo. “Nella vita ho avuto la fortuna di vivere l’epoca dello splendore del giornalismo italiano legato ai grandi talenti: Montanelli, Pansa, Bocca, Biagi e altri. Oggi ci sono tante firme ma quando vanno in tv tu sai già quello che diranno, conosci già il copione, le parti in commedia e questo non giova al nostro mestiere. Il pubblico vuole sapere cosa è successo e perché, vuole un’analisi e una oggettività che ti rende credibile e oggi questa credibilità si è persa”. Forse, vorremmo aggiungere, manca quel coraggio che non mancò ai giornalisti del Fatto Quotidiano, quando all’indomani dell’attentato dei tagliagole islamici alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, decise di uscire assieme alla rivista francese che proponeva nuovamente una vignetta satirica verso il Profeta.



