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L’appello di Mcc: «La Procura faccia rimuovere i capannoni di amianto in via Galvani»

MASSA – «Con questa nota stampa invitiamo la Procura a farsi coraggio e a sequestrare le aree industriali di via Galvani dove non è mai stato fatto il monitoraggio dello stato di conservazione delle coperture in amianto». A parlare è il collettivo Massa Città in Comune, che torna sulle aree industriali di via Galvani.

«Recentemente un’area industriale è stata bonificata da questo materiale rispettando tutti i tempi previsti dalla Asl Toscana Nord-Ovest. Di almeno due capannoni di grosse dimensioni però, dal 1992 ad oggi, non sono stati forniti al Comune di Massa e alla Asl notizie sullo stato di conservazione dei tetti. Non si contano le segnalazioni e gli esposti fatti in quasi quindici anni a tutte le istituzioni, compresa la Procura della Repubblica, da parte di moltissimi residenti delle zone coinvolte. – continua Massa Città in Comune – Non includiamo poi tutte le segnalazioni fatte alla Procura dal Comune di Massa e dalla Polizia Municipale che magari avrebbero potuto emettere le sanzioni economiche del caso e li invitiamo a farlo. Aggiungiamo di più, molti di questi residenti, avrebbero rilasciato deposizioni firmate presso alcuni comandi della nostra città che avrebbero indagato su mandato di alcuni PM oggi non più in servizio presso la nostra Procura».

«Riteniamo sia arrivato il momento di dare delle risposte alla cittadinanza su via Galvani, procedendo con i sequestri delle aree dove avvengono reati ambientali. Comprendiamo le difficoltà del Tribunale e della Procura a svolgere il loro lavoro, ma queste non devono generare nella cittadinanza l’idea che l’illegalità e la violazione delle leggi vincano sempre. Tutte le famiglie delle aree limitrofe hanno avuto lutti per malattie tumorali ed è dimostrato che l’amianto può far sviluppare altre forme di questa malattia oltre il mesotelioma. Stiamo spingendo i cittadini e le cittadine a pensare che nessuno in questa città si occupa della loro salute e questo nemmeno di fronte alle denunce e alle deposizioni. Forse è anche per questo che minacce e ritorsioni, in alcuni casi specifici, hanno trovato terreno fertile negli ultimi anni. – conclude il collettivo – Non bastano i busti di Falcone e Borsellino: per la legalità occorre la pratica quotidiana del lavoro, il senso del dovere e della giustizia non di classe».