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Ultimo aggiornamento ore 14.33 del 16 Agosto 2018

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IL RITORNO | 5ª puntata de "La Bizzarria dei Solchi Sequenziali"

Ecco un nuovo capitolo del romanzo che racconta la fantastica avventura di Cesare Mariocchi

IL LIBRO - VIAGGIO NEL PIANETA DELLE DONNE
IL RITORNO | 5ª puntata de `La Bizzarria dei Solchi Sequenziali`
Provincia - Riprendiamo, come ogni domenica, la narrazione del romanzo "La Bizzarria dei Solchi Sequenziali - Viaggio nel pianeta delle donne" di B.G. Stefano, in cui l'Autore racconta con dovizia e puntualità di dettagli, una fantastica avventura accaduta all'amico Cesare Mariocchi. Visiteremo un mondo nuovo e imprevedibile, un mondo in cui gli Esseri Umani adottano un nuovo stile di vita, in cui potremo immaginare di vivere noi stessi ed immedesimarci nella posizione di concittadini in quel contesto sociale così diverso dal nostro attuale. Buona Lettura!
Per chi si fosse perso le puntate precedenti: 1ª PUNTATA, 2ª PUNTATA, 3ª PUNTATA
, 4ª PUNTATA

IL RITORNO

A quell’ora notturna, tra le case completamente spente in quella zona di periferia, le fioche luci della strada, deserta e semibuia, si riflettevano sull’asfalto bagnato percosso da una pioggerella fine e fitta. Pure le luci delle carrozze della tranvia di superficie, correvano riflesse sull’asfalto precedute dal luccichio delle rotaie; all’interno delle carrozze facevano luce a poche persone, tutte sedute.
Era salito sulla carrozza da poco, alla fermata della Stazione Ferroviaria. Vi era giunto da Roma, dove l’aereo era arrivato in perfetto orario, fortunatamente. Durante il volo aveva controllato l’orologio almeno cento volte, senza riuscire ad impedirselo.
Appena uscito di Stazione aveva trovato il tranvai fermo, come se fosse ad aspettarlo. Aveva preso posto in uno dei tanti sedili vuoti vicino al finestrino.
La stanchezza era tale da costringerlo ad appisolarsi. Una irresistibile sonnolenza, conciliata dal rumore monotono e dal dondolio della carrozza lo costringeva a reclinare il capo; a più riprese si risvegliava a causa degli scossoni ed ogni volta riusciva a tenere gli occhi aperti solo per qualche istante.
Aveva la testa vuota. Mentre adesso il mezzo era fermo, forse ad un semaforo; rivolto verso il finestrino, aveva aperto gli occhi curioso di scoprire dove si trovava. Tutto era incredibilmente riconoscibile e familiare. Soprappensiero guardava le gocce che si univano lente in rivoli che d’improvviso uniti, scendevano più veloci sulla superficie del vetro.
Pensava “Quanto è tranquillo e delicato il creato, come sarebbe semplice viverci sereni, se il nostro forsennato agitarci, ad ogni nostra azione, non lo sconvolgesse in continuazione”.
Si sentiva rassegnato: rassegnato a sostenere il peso di quella verità che solo lui conosceva, in tutto il mondo, ma che poteva farlo ritenere un pazzo furioso se l’avesse dichiarata.
Riflesse nel vetro guardava un paio di persone, che poco prima, durante la marcia del mezzo, aveva visto ondeggiare vincolate al movimento della carrozza, sedute, assonnate, immobili, con il capo reclinato sul petto.
“A quell’ora è normale per tutti aver sonno!” Pensò.
Il mezzo partì, le loro teste si spinsero indietro, tutte contemporaneamente, qualcuno aprì gli occhi per, subito richiuderli.
Il pensiero mutò:
“Incredibile!” … Come sarebbe stato possibile raccontare ciò che aveva vissuto!? … Avrebbe mai tentato, davvero, di raccontarlo? …
Si appisolò di nuovo, di nuovo riaprì gli occhi dopo pochi minuti.
Aveva rimuginato decine di volte su quella situazione straordinaria, aveva studiato decine di soluzioni diverse, ma di ognuna appena immaginata ne scopriva i difetti e le obiezioni.
Era impaziente, ogni cinque minuti e anche meno guardava l’orologio che l’addetto consolare gli aveva regalato, il tempo correva veloce.
Cesare sapeva bene di avere pochissimo tempo. I minuti contati.
Stava valutando i tempi. Doveva arrivare a tutti i costi all’appuntamento, pena … pena, ... non sapeva cosa sarebbe stata, la pena!
Non ricordava l’ora esatta, ma era certo di essere arrivato da casa dei suoi genitori prima della mezzanotte, … aveva mangiato qualcosa al bar sottocasa prima di salire, era rientrato a casa molto stanco, … aveva controllato il biglietto aereo, … risistemate le valigie con biancheria pulita, … guardato mezz’ora di televisione e si era coricato. La mattina successiva, 10 Aprile, era partito per l’aeroporto.
La fermata di casa sua adesso era vicina, riparandosi il viso con le mani a mo’ di paraocchi, lo avvicinò al finestrino: riconobbe la zona, la prossima era la sua fermata.
Guardò ancora l’orologio segnava le: 23 e 20.
“Non ce la farò, … ormai sta rincasando! … Cosa farò?!” rimaneva una flebile speranza di arrivare prima!
“Ma cosa succederà? … Strapperò il biglietto aereo? … Lo brucerò? … Potrò parlare con lui?”
Si rispose da solo:
“No. Forse, anzi no, certamente parlare con lui non sarebbe possibile … Forse non sarebbe sufficiente a modificare la realtà attuale … Meglio non rischiare … Qualcosa farò …”
Andava a tentoni, si! Non poteva fare altro! Qualcosa avrebbe fatto …
Ormai correva, verso il cancello del condominio, guardandosi le spalle. Ecco, la corriera stava arrivando, sapeva che quello era il mezzo con il quale era giunto a casa …
Raccolse la chiave di casa da sotto il vaso posto sul pilastro del cancello, spesso aveva utilizzato quel sistema quando dimenticava le chiavi in fabbrica.
Corse verso il portone d’ingresso.
Con la coda dell’occhio, nel buio, vide una sagoma scura che scendeva dal mezzo pubblico e si avviava verso il cancello che lui aveva appena varcato, si stava avvicinando velocemente, Cesare non ebbe il tempo di aprire il portone, per non essere visto si appostò dietro una pianta del giardino.
La figura si fermò presso il pilastro ed armeggiò cercando la chiave.
Alla fioca luce che proveniva dalla plafoniera esterna del portone, Cesare fece appena a tempo di scorgere la smorfia di stupore sul viso di se stesso mentre cercava inutilmente la chiave.
L’istante necessario per rendersi conto che la chiave era sparita, fu sufficiente a trasformare in tutto il creato tutto il futuro connesso con quella semplice azione.
Sul posto Cesare subì l’effetto immediato: si trovò con la chiave nelle mani certo di non averla trovata lui sotto il vaso, ma subito dopo, con la memoria invasa di informazioni e ricordi che fino ad un momento prima non poteva neppure immaginare, sapeva benissimo il perché ciò era avvenuto. Quello che fu straordinario notare era che neppure lui si stupiva dell’accaduto. Era semplicemente la continuità della sua vita, come se non fosse mai esistita una doppia entità.
Si, le due entità si erano fuse nell’unica possibile, contemporanea. Nel solco sequenziale originale di appartenenza del Cesare sceso dalla corriera, con il ricordo del futuro vissuto ma senza la garanzia di riviverlo; con le sensazioni che quel futuro gli aveva lasciato ma senza le conseguenze dovute a quell’esperienza; come se al suo fisico non fosse mai accaduto nulla. D’istinto si passò il dito indice sull’arcata sopraccigliare destra, come immaginava la crosta non c’era. Non c’era, non c’era mai stata o non c’era più?
Era eccitato all’idea di rientrare in casa sua, dalla sua partenza precedente era passato un tempo che gli pareva infinito; nell’incoscienza e nella ricerca del recupero fisico gli era parso lunghissimo; ma nel fantastico gli pareva inverosimile.
Adesso era sdraiato nel suo letto dopo aver fatto una doccia ristoratrice.
L’aria si era rinfrescata ed ora finalmente, si trovava sicuro sotto le coperte, in casa sua.
Aveva voluto cambiare le lenzuola, riteneva che nel fresco del pulito sarebbe stato più rilassante.
Stava provando una stranissima sensazione: contemporaneamente metà di lui sapeva di mancare da quel letto, da una sola settimana, mentre l’altra metà invece provava quel particolare piacere, un forte piacere, di quando si dice “Casa mia, casa mia per piccina che tu sia, …”, come per chi mancava da parecchi mesi.
Nel buio della stanza riviveva gli avvenimenti delle vicende vissute ed il susseguirsi di immagini e sensazioni gli impediva di abbandonarsi ad un sonno tranquillo, gli pareva quasi di rivivere tutta quella incredibile vicenda.
Fuori l’acqua scrosciava sul marciapiede: in un avvicendarsi di lampi e tuoni la pioggerella si era trasformata in una pioggia battente, chiassosa. La monotonia di quel suono insistente destava in Cesare un piacere seducente che non provava da anni; lo stato di benessere pareva non dovesse mai finire, come se il suo futuro dovesse rimanere sempre uguale a quel momento, e pur avendo la certezza che questo fosse impossibile da ritenere, ciononostante, gioirne era possibile.
La condizione confortevole contribuì a ridurre la tensione di Cesare consentendogli finalmente di riposare.
Poco prima dell’alba di Sabato 10 Aprile 1993 lo scroscio dell’acqua che aveva per tutta la notte favorito il dormiveglia di Cesare terminò improvvisamente, poche gocce battevano rare sul marciapiede della casa, i rumori discontinui del traffico sull’asfalto inzuppato della strada, lo riportavano lentamente alla realtà. Era da molto tempo che non li sentiva, non era più abituato all’andirivieni frenetico della gente.
La sveglia segnava le quattro e dieci, era ancora presto, ancora un’oretta, poi avrebbe suonato.
Era ancora assonnato, e di nuovo nel dormiveglia, gli scorrevano davanti le immagini delle vicissitudini trascorse ...
L’incidente ...
L’assideramento ...
Il ricovero, quello vero ….
La permanenza nell’Unità Vitale …, e poi ...
Il ricovero in quel piccolo sperduto Pronto Soccorso di montagna ...
Ancora, di nuovo, sognava?: “Lucio!” Stava chiamando: “Lucio! … Lucio!”
Domenica 22 luglio 2018 alle 12:54:50
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