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Ultimo aggiornamento ore 22.19 del 16 Agosto 2018

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IL RIFUGIO | 7ª puntata de "La Bizzarria dei Solchi Sequenziali"

Ecco un nuovo capitolo del romanzo che racconta la fantastica avventura di Cesare Mariocchi

IL LIBRO - VIAGGIO NEL PIANETA DELLE DONNE
IL RIFUGIO | 7ª puntata de `La Bizzarria dei Solchi Sequenziali`
Provincia - Riprendiamo, come ogni domenica, la narrazione del romanzo "La Bizzarria dei Solchi Sequenziali - Viaggio nel pianeta delle donne" di B.G. Stefano, in cui l'Autore racconta con dovizia e puntualità di dettagli, una fantastica avventura accaduta all'amico Cesare Mariocchi. Visiteremo un mondo nuovo e imprevedibile, un mondo in cui gli Esseri Umani adottano un nuovo stile di vita, in cui potremo immaginare di vivere noi stessi ed immedesimarci nella posizione di concittadini in quel contesto sociale così diverso dal nostro attuale. Buona Lettura!
Per chi si fosse perso le puntate precedenti: 1ª PUNTATA, 2ª PUNTATA, 3ª PUNTATA, 4ª PUNTATA, 5ª PUNTATA, 6ª PUNTATA



IL RIFUGIO

Adesso, seduto vicino a lui, mi stavano scorrendo davanti agli occhi le fasi più paurose dell’esperienza vissuta appena tre o quattro ore prima. Avevo le braccia incrociate e le mani sotto le ascelle. Lo guardai. Anche lui si girò verso di me, e forse notò la mia aria disperata:
“Fa freddolino!” celiò, battendo i denti. Aveva voglia di scherzare?! Poi divenne serio:
“Ci siamo salvati per miracolo”, osservò, “ma cosa sarà successo?”
“Mah!”, risposi, “Probabilmente ha preso fuoco un motore, … con il vuoto d’aria, … il pilota non è riuscito a sollevarsi; … chissà … Dovremmo essere ad un livello di altitudine molto elevato; tra l’altro sta cominciando a fare troppo freddo!”.
Questa ultima osservazione ci riportò ad una realtà molto preoccupante, capimmo solo in quel momento che sarebbe stato molto meglio restare di notte dentro un pezzo di carlinga, e coprirci con ciò che era possibile trovare tra i resti dell’aereo; ma ormai era troppo buio per decidere di tornare indietro.
Era impossibile percorrere il letto del ruscello senza luce.
“E’ meglio per noi se tentiamo di tornare indietro “, insisteva Lucio.
“Ma è impossibile!”, mi ribellai, “non si vede un accidente, si rischia di cadere e spezzarci qualche osso, allora si che siamo a posto”.
“Tu rimani se vuoi, … io ci provo, … meglio che morire assiderati!” replicò.
Non lo seguii.
Per qualche minuto lo sentii calpestare le pietre del sentiero, qualche strusciata, un imprecazione, poi non lo sentii più, dagli scalpiccii che udii, immaginai che un paio di volte fosse caduto.
Il freddo cominciava a farmi provare dei brividi, decisi che se non avessi fatto qualcosa sarei sicuramente morto assiderato durante la notte.
Guardai il cielo sopra di me. Osservai un cielo limpido e stellato. Mi destava il ricordo di notti d’estate passate, di sedie a sdraio su spiagge buie, di momenti felici e piacevoli compagnie. Ora lo stesso cielo era presagio di freddo e di morte.
Decisi di muovermi, cominciai a saltellare mentre violenti brividi mi scuotevano le membra. Mi appoggiai alla roccia, la sporgenza sulla quale mi ero seduto, formava una spaccatura a forma semiconica nel fianco del monte. La indovinai a tastoni dato il buio che ormai mi soverchiava. Era profonda circa un metro e la decisione fu immediata: mi ci rannicchiai per misurarmici dentro come in una azione istintiva. Non avevo idea di come risolvere la mia situazione; annaspando iniziai a raccogliere delle pietre delimitando lo spazio davanti a me. Raccolsi prima pietre più grandi per formare una base e poi via via più piccole per sovrapporle. Ne raccolsi parecchie. Mi rannicchiai nella fenditura e posai tutte le pietre una sull’altra. Stavo costruendomi un rifugio. O una bara!
Il fragile muro presto chiuse la fenditura. Dall’interno con piccole pietre e terra umida prese sotto di me cercai di chiudere le fessure che trovavo con le mani. Infine sollevandomi il bavero della giacca mi ci infilai sotto con la testa.
Tutto questo lavoro potrà essere durato un paio d’ore, alla fine mi ritrovai tutto accaldato, pensai che forse l’energia dispersa mi sarebbe mancata più tardi per sopravvivere, speravo però che il lavoro fatto mi sarebbe stato utile a mantenermi vivo, fino all’arrivo dei soccorsi.
Ben presto il mio corpo immobile e a riposo perse il calore che aveva accumulato, fuori, la temperatura doveva ormai essere sotto lo zero (gradi Celsius); i muscoli della mandibola ormai senza alcun controllo reagivano al freddo facendomi battere i denti con insistenza, mentre violenti brividi mi scuotevano le membra; poi lentamente sentii che queste reazioni andavano scomparendo come se la muscolatura si stesse abituando alla temperatura ridotta.
Quante ore avrei dovuto stare in quella posizione? E soprattutto a quel clima? Erano le mie ultime ore di vita? Piansi in silenzio.
Richiamai alla mente mia madre, mio padre, i miei fratelli, nessuno di loro poteva aiutarmi.
Nel ricordo di mia madre, donna di grande fede religiosa, azzardai una preghiera, fatta di parole mie adatte allo scopo, chissà perché, mi venne spontanea, l’ultima volta che avevo pregato ero bambino, era come se avessi voluto inconsciamente tenermi quella riserva di probabilità di salvezza per un momento di vero bisogno.
Pensai alla ragazza che stavo andando a trovare e che probabilmente non avrei più rivisto.
Un ultimo pensiero andò al mio compagno Lucio, chissà se si era protetto in qualche modo dal freddo.
Nessuno mi avrebbe mai ritrovato, quello era sicuramente un posto lontano da qualsiasi via di comunicazione; forse nessuno si era mai preparato la tomba con le proprie mani, pensai.
Molto di quanto mi passava per la mente lo pronunciavo a voce alta o perlomeno ci provavo, ormai veniva fuori nient’altro che un balbettio, però mi spronavo ad insistere, come se fosse un appiglio per mantenermi in vita.
Di nuovo violenti brividi mi scuotevano il corpo, il silenzio era assoluto. Sentivo solo il fruscio della mia vibrazione.
Si fermò di nuovo: ero tutto intorpidito. Realizzavo che all’interno dell’anfratto si era formato un microclima particolare causato dalla bassa temperatura e dall’umidità emessa dalla terra umida e dal mio stesso respiro che mi permetteva stranamente di rimanere ancora in vita.
Ebbi la sensazione che la mia mente percorresse inconsciamente spazi infiniti, come se il residuo di energia che rimaneva nel mio corpo si concentrasse in chissà quali reazioni nel mio cervello, tali da farmi provare una sensazione indescrivibile ma piacevole, e forse conclusiva della mia vita.
Poi ebbi la sensazione del nulla, ma non persi letteralmente conoscenza. Mi trovavo in uno stato di torpore che mi rendeva irresponsabile, in pratica non avvertivo più nessun senso di inquietudine o pena o paura per ciò che stavo vivendo, anzi era come se non si trattasse di me stesso, ne di nessun altro per la verità. Insomma era come se non stesse accadendo nulla di temibile o coinvolgente. Provavo una stranissima impressione di non avere più peso, né consistenza.
Non so dire quanto tempo restai, apatico, in quella situazione.
A pensarci adesso, nel nominare la parola tempo mi viene da ridere! Mi chiedo se è possibile rendersi veramente conto di quanto sia ridicola e tenue la cognizione che ne abbiamo noi, esseri umani.
Il mio fisico riuscì comunque a non farsi definitivamente sopraffare dal freddo, permettendomi così di narrare la mia incredibile storia.
La mia mente cominciò a dilatare i pensieri, ricordo di avere immaginato l’orso che si prepara al letargo. Tutte le parole delle frasi che immaginavo si perdevano come se durassero un’eternità, riuscivo a stupirmi di quanto mi fosse difficile terminare di formulare nella mente un pensiero compiuto.
Fino a quando raggiunsi, semi cosciente, un immobilismo mentale mai sperimentato sino ad allora. Non sapevo definire se stessi dormendo o se vivessi una veglia indolente.
Mi convinsi che quella fosse la morte o il suo preludio, mi stupivo però di constatare che quella situazione perdurasse. Sentii di presentirne un esito definitivo e conclusivo.
Riuscivo ad immaginare che forse stavo nascendo ad una diversa concezione della vita e la curiosità di conoscere la nuova esperienza trasmetteva in me uno strano compiacimento piuttosto che angoscia.
Divenni preda di un obnubilamento irreversibile.
Domenica 5 agosto 2018 alle 12:47:03
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