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Ultimo aggiornamento ore 14.33 del 16 Agosto 2018

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Farmoplant: dopo 30 anni bonificato solo il 5% dell'area

Il 17 luglio 1988 lo scoppio dell'impianto di Massa. Oggi ancora nessun soldo per risanare quella zona

IL TRISTE ANNIVERSARIO
Farmoplant: dopo 30 anni bonificato solo il 5% dell´area
Provincia - Esattamente trent'anni fa, il 17 luglio 1988, lo scoppio dell'impianto “Rogor” della Farmoplant – Montedison da origine ad una nube tossica che adombra il cielo di Massa. L'immagine del propagarsi dell'immensa ondata di fumo nero, rende quella domenica tristemente indimenticabile per chi l'ha vissuta e vivida nella memoria collettiva della città. E trascorsi 30 anni da quell'episodio, l'occasione è buona per interrogarsi sul futuro della zona industriale apuana e per snocciolare i passaggi che hanno portato allo smantellamento della fabbrica specializzata in fitofarmaci. E soprattutto per tornare a chiedere a gran voce i tempi e le modalità della bonifica di quelle terre.

«Queste sostanze sono ancora lì che ci aspettano. Quando la popolazione vedrà le trivelle a lavoro per ripulire l'area?». A chiederlo da anni alle varie amministrazioni che si sono succedute è Carlo Casotti, 74 anni, residente di Alteta e membro e coordinatore dell'Assemblea Permanente, il fronte popolare venuto a crearsi in provincia negli anni '80 per opporsi allo “sviluppo disumano che uccideva, avvelenava e non creava occupazione”. Con un report, scritto rigorosamente a mano, Casotti ripercorre alcuni momenti del crescendo della tensione popolare che al suo culmine ha spinto il Comune di Massa a votare all'unanimità la chiusura e lo smantellamento della Farmoplant definitivamente nel 1991.

Prima di arrivare a quella decisione, però: «Ad Alteta si doveva convivere con la Montedison Azoto – ricorda Casotti nel documento - con la Rumianca, la Cokeria, con la produzione di concimi chimici, acidi, arsenico, con tutto un territorio industriale chimico che andava dalla Dalmine al Pignone, alla Riv-Skf, alla Olivetti. E quindi in quel contesto di grande territorio industriale e chimico che rappresentava la ricchezza produttiva e occupazionale della città e di migliaia di lavoratori, sembrava impensabile poter fare a meno di tutto ciò». Alteta, frazione del Comune di Massa tutt'oggi al centro di moltissime segnalazioni a causa dei frequenti miasmi che in quella zona rendono irrespirabile l'aria, sorge proprio nel bel mezzo della zona industriale. Zona che al tempo era considerata il “polmone delle attività produttive dell'intera provincia" e che da progetto puntava ad allargarsi. «Mi ricordo che si parlava di migliaia di posti di lavoro, si parlava di occupazione femminile, di camici bianchi, insomma di una progettazione allettante e basata su valutazioni scientifiche di sicurezza ambientale e di convivenza con tutte le altre attività e con la popolazione residente, compresa quella di tipo turistico, che cominciava a prendere la sua forma con i primi campeggi estivi». In quei mesi iniziano però a farsi sentire le prime voci di cittadini preoccupati da quell'inceneritore che bruciava rifiuti tossici, ma questo si sarebbe scoperto in seguito. Inizialmente c'era solo la preoccupazione di alcune persone, poche, in maggioranza residenti ad Alteta, a controbattere al mastodontico progetto che doveva creare migliaia di posti di lavoro. Con le prime produzioni, però, anche i primi odori nauseabondi iniziano a farsi sentire. E il malcontento popolare cresce. «Odori nauseabondi che impedivano il respiro a pieni polmoni, che ci facevano dimenticare a poco a poco il sapore dell'aria pura, odori che per loro, per l'azienda e i suoi tecnici, non erano tossici e nocivi ma solo un'eliminabile corollario della loro produzione tossiche e nocive».

Da lì la formazione di un gruppo di cittadini, prima piccolo, poi, man mano, sempre più grande: si aggiungono tecnici, attivisti e persone comuni semplicemente scettiche di fronte alle dichiarazioni pubbliche sulla salubrità della fabbrica. Nasce l'Assemblea Permanente che riunisce anche dei tecnici della Montedison di Castellanza, a Varese, che aiutavano la popolazione a capire i processi produttivi chimici in corso all'interno della fabbrica. Iniziano le manifestazioni in piazza Aranci, i cortei e la prima grande mobilitazione in seguito all'incendio, il 17 agosto 1980, del deposito di Mancozeb, un fungicida, che nel cuore della notte provocò un boato e la conseguente evacuazione spontanea di Alteta. Vengono raccolte 10 mila firme e le autorità locali sono costrette ad indire un referendum, il primo di tipo consultivo a tenersi in Europa, che stabilisce che più del 70% dei massesi, montignosini e carraresi, è a favore dello smantellamento e della bonifica della zona. Ma non basta: Farmoplant ricorre al Tar che da il via libera per la riapertura della fabbrica, considerata sicura al 99,999%. Per arrivare alla chiusura sarà necessario lo scoppio otto anni dopo, il 17 luglio 1988, dell'impianto “Rogor” della Farmoplant-Montedison, all'interno del quale si stava procedendo alla produzione di rogor e cicloesanone. «La popolazione insorge, non ne può più. Il sindaco ordina la chiusura». E nel 1991 si arriverà appunto alla presentazione di un piano di smantellamento dell'area. Iniziano così, trent'anni fa, le richieste di bonifica del perimetro. Bonifica, ad oggi, completa solo per il 5% dell'area.

«Quando potremo contare sull'inizio dei lavori?» ha chiesto Casotti alla nuova amministrazione di Massa. «Attualmente in bilancio non ci sono né i tre milioni di euro stanziati per i carotaggi né i 21 totali per la bonifica» – ha risposto il sindaco Francesco Persiani, che ha aggiunto: «i soldi sono stati stanziati ma non sono ancora arrivati. Da parte nostra c'è l'impegno ad iniziare al più presto la bonifica, anche perché non sappiamo se i 21 milioni saranno sufficienti a risanare tutta l'area».

E con una nota, il sindaco aggiunge: «Ho deciso di convocare questa conferenza stampa, con gli amici dell’Assemblea Permanente dei cittadini per un motivo molto semplice: ricordare. Ore 6,10 del 17 luglio 1988, tutto iniziò in quel momento; un'esplosione nella zona dedicata ai "Formulati liquidi" della Farmoplant-Montedison ruppe il silenzio di quella mattinata estiva. Cinque minuti più tardi una nuova esplosione colpiva un serbatoio di Rogor, un noto insetticida. Alle 6,20, per completare il quadro, si sviluppò un vasto incendio. Da lì ,un ovvio "fuggi fuggi" generale. Questa è la brevissima cronistoria dei fatti, ma non siamo qui per fare un ripasso di storia ma bensì per tenere vivo il ricordo del messaggio che quel giorno è emerso con tutta la sua imponenza. Non può esserci sviluppo industriale senza salvaguardia dell'ambiente; ed i massesi quel messaggio l'hanno capito dopo aver pagato un caro prezzo, un prezzo formato da un tasso di morti per tumore da primato ed una parte della falda compromessa. Quel giorno per noi dev’essere un monito ineluttabile: l'industria deve avere una ricaduta positiva per il territorio in cui si colloca, in termini occupazionali ma anche in termini ambientali, o comunque non si deve permettere la distruzione del territorio in nome della bieca ricerca del profitto. Possiamo dimostrare di aver recepito nell'animo il significato di quel giorno non solo con conferenze stampa come questa e con iniziative di ricordo che spero vengano fatte, ma anche e soprattutto con l’azione amministrativa; in particolar modo mi riferisco alla partenza reale delle bonifiche. Il nostro comprensorio e la nostra zona industriale hanno iniziato in quel momento il loro triste declino, e dopo 30 anni abbiamo il dovere morale di provare a far sì che quelle parti di territorio tornino ad essere a disposizione della collettività. Lo dobbiamo soprattutto alle famiglie di chi, a causa di quel modello industriale, ha perso qualcuno di caro».
Martedì 17 luglio 2018 alle 08:02:10
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