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Ultimo aggiornamento ore 09.03 del 18 Ottobre 2019

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Lo Spartak scende in piazza. «Lo Sport è antirazzista. Mai con Salvini»

«niente sponsor»
Lo Spartak scende in piazza. «Lo Sport è antirazzista. Mai con Salvini»
Massa - Concepire diversamente lo sport. Fare del calcio un veicolo per trasmettere valori come l’antifascismo, l’antirazzismo e l’antisessismo. Dribblare finanziamenti e sponsor che potrebbero metterli in discussione o che potrebbero far perdere la voglia di giocare. E poi, se necessario, uscire dal perimetro del campo da gioco per scendere in piazza. Lo Spartak Apuane è tutto questo, e anche di più. È una squadra di calcio popolare che parteggia e si fa sentire. Così come i suoi tifosi e le sue tifose, ugole ormai conosciute in tutta la provincia. Domani la squadra parteciperà alle contro manifestazioni lanciate per l’arrivo del Ministro degli Interni, Matteo Salvini. Per l’occasione abbiamo intervistato il tesoriere dello Spartak Gianmaria Lenelli e il segretario Alessandro Cantoni.

Gianmaria, cosa significa fare il tesoriere di una squadra che rifiuta gli sponsor?

Non è che li rifiutiamo, siamo arrivati alla conclusione che finché possiamo farne a meno ne facciamo a meno. È una scelta. Ultimamente stiamo aprendo alla possibilità di ricevere donazioni da parte di esercizi commerciali "amici" che comunque devono condividere il nostro progetto.

Quella di avere degli sponsor sembra ormai una paura..

Nasce dal fatto che molti di noi sono appassionati di calcio. Nel corso degli anni abbiamo visto che chi sponsorizza spesso arriva ad avere un ruolo all'interno della società anche influente. Poi le sponsorizzazioni a società dilettantistiche finiscono spesso in forme di evasione fiscale. E questo è una roba alla quale siamo fortemente contrari. Non vogliamo sponsor per essere totalmente indipendenti.

Di temi come l’evasione fiscale o le curve utilizzate per riciclare denaro sporco sono state piene le pagine dei giornali. Alcune delle quali hanno interessato anche il Ministro degli interni che intendete contestare...

Ci sono vari ordini di problemi che vanno ad intersecarsi. Il denaro è un problema grosso dello sport in generale, nel calcio essendo molto seguito è più evidente. Il fatto di provare a rifiutare certe dinamiche di iperconcorrenza e attribuzione di valore economico a tutto ciò che gira intorno al calcio è fondamentale. Noi ce lo siamo posti come obiettivo, il calcio popolare è questo: società che nascono dal basso con un senso di gestione paritaria fra dirigenti, squadra, tifoseria. E si concretizza anche attraverso alcuni valori cardine: antifascismo, antirazzismo e antisessismo. Durante il primo anno di Spartak in squadra abbiamo avuto due richiedenti asilo. Fare il cartellino per un giocatore è piuttosto semplice come iter. Per un richiedente asilo è diverso. I tempi triplicano. Siamo riusciti a tesserarli a campionato inoltrato, cioè a novembre. Dal mondo del calcio popolare è partita anche la campagna “WeWant To Play – nessuno è illegale per giocare a pallone.” Sull’antisessismo si sta concretizzando perché molte società stanno mettendo in piedi la squadra femminile. E non tanto per dare l’opportunità di giocare anche alle donne. Ma per rompere una serie di preconcetti della cultura che ci appartiene e che sostiene che il calcio avrebbe una naturalità maschile.

Ci sono molte realtà come la vostra?

Sono tante le squadre di calcio popolare nate in Italia, ma anche di altri sport: basket, rugby e boxe. Alcune di queste realtà saranno qua, domani, per la manifestazione contro Salvini. Campo e piazza sono infondo un terreno comune in cui il tipo di comportamento politico può essere lo stesso. Gli spalti, il campo, le strade, la periferia sono i nostri luoghi. Niente di più naturale, per lo Spartak, promuovere un appello per la giornata di domani.

Se siete contrari agli sponsor, come vi finanziate?

La tessera è importante. E in una fase in cui sganciare venti euro non è semplice, tesserarsi è un atto politico. Una stagione costa tra i 12 e i 13 mila euro. E non paghiamo i giocatori, non paghiamo l’allenatore. Però vorremmo avere più indipendenza economica per poter, per esempio, pagare le visite mediche. L'idea alla base è provare a dimostrare, anche se con fatica, che si può fare sport, fare concorrenza alle altre società, ma con ideologie di gestione differenti.

Camilla Palagi
Sabato 17 agosto 2019 alle 22:32:34
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