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Ultimo aggiornamento ore 14.11 del 6 Dicembre 2019

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«Basta salari da fame, si abbassino i profitti». Intervista a Marta Fana

A Massa la scrittrice e ricercatrice autrice, insieme al fratello, del libro edito da Laterza

economia e cultura
«Basta salari da fame, si abbassino i profitti». Intervista a Marta Fana
Massa - Abbiamo intervistato la scrittrice Marta Fana in occasione della presentazione a palazzo Ducale di "Basta salari da fame!", il libro che ha scritto insieme a Simone Fana, edito da Editori Laterza. L'incontro a palazzo Ducale, in sala Resistenza, è stato coorganizzato dall'associazione culturale politica Trentuno Settembre e dalla sezione Nidil Cgil di Massa-Carrara ed è stato moderato da Ilaria Cavazzuti.

"Basta salari da fame", un auspicio o un grido di battaglia?

«Sicuramente è un grido di battaglia per le condizioni in cui ci troviamo. Ovvero salari da fame generalizzati in tutti i comparti, qualsiasi sia il tipo di lavoro o il tipo di studio. Passiamo dal volontariato fasullo al lavoro gratuito, ai contratti nella scuola che non ci garantiscono neanche di arrivare a 1000 euro al mese, che poi è la soglia della povertà relativa. Ma è sicuramente un auspicio per prendere coscienza della situazione attuale, capire come ci siamo arrivati. Per avanzare una proposta all'attacco, che non sia un necessariamente difendere una dignità sul lavoro che non abbiamo più. Salari da fame significa non potersi permettere i mezzi pubblici, che sono sempre più privatizzati e costosi, il cinema, che poi è la base di cultura di cui tutte le generazioni hanno bisogno».

Com'è che in questo paese mentre i profitti possono alzarsi e a volte diminuire, i salari calano o al massimo restano invariati?

«Questa è una dinamica storica che si è avuta ormai negli ultimi 40 anni. Ovvero la capacità se vogliamo delle imprese, aiutate molto dalla politica, dalle leggi, di estrarre sempre più salari dai lavoratori, un furto salariale che è andato ad ingrossare i profitti. Anche in situazione di economia stagnante, di profitti bassi, comunque i salari diminuiscono. Perché i contratti precari avevano la propria ragion d'essere nella possibilità di comprimere il costo del lavoro. Che poi non è proprio un costo di salario diretto, di quello che ci portiamo a casa a fine mese, ma è anche il salario della sicurezza sul lavoro. Quindi a parità di salario non spendere in sicurezza è sostanzialmente una riduzione dei costi di produzione che fa aumentare i profitti, o non fa chiudere le aziende. In pratica si arriva a profitti zero piuttosto che perdere, ma il fatto è che stiamo mettendo a rischio la vita dei lavoratori. E in Italia abbiamo tre morti sul lavoro al giorno, una strage silenziosa che non si ferma, anzi peggiora. Poi ci sono altri fenomeni: cioè scelte di politica economica, non asteroidi che ci hanno dato questa realtà. Una delle grandi retoriche che è stata un'idea forte della controrivoluzione neoliberista è stata quella per cui le imprese non devono essere liberate solo dai diritti, ma anche da tutte quelle tasse che avrebbero aiutato le stesse imprese ad investire. In realtà se andiamo a guardare quanto diminuiscono le tasse sui profitti e la curva degli investimenti, si nota che i profitti sono diventati una rendita».

Se le differenze contrattuali dividono, in cosa possono trovare un terreno comune i lavoratori di oggi così da fare gruppo e rivendicare dei diritti?

«Il tema salariale è un meccanismi unificante e di conflitto. Ci sono persone che fanno lavori diversi con contratti diversi, come facchini e donne delle pulizie o infermieri, persone diverse sotto mille caratteristiche, ma che soffrono la stessa condizione: sono lavoratori poveri. La battaglia per uscire tutti dalla povertà è un urlo trasversale. La battaglia di dire non vogliamo essere poveri, non dobbiamo esserlo, è un tema unificante. Ed è un tema che crea l'avversario: quando chiediamo chi ci sta a fare una battaglia politica su questo tema si crea uno spartiacque nella società. C'è un lato e un altro. La battaglia è quella dire noi vogliamo salari più alti senza mettere in discussione nessun altro millimetro della spesa sociale e nessun altro diritto».
Venerdì 29 novembre 2019 alle 15:25:56
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