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Ultimo aggiornamento ore 08.03 del 21 Settembre 2018

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LE SPIEGAZIONI | 9ª puntata de "La Bizzarria dei Solchi Sequenziali"

Ecco la prima parte di due di un nuovo capitolo del romanzo che racconta la fantastica avventura di Cesare Mariocchi

IL LIBRO - VIAGGIO NEL PIANETA DELLE DONNE
LE SPIEGAZIONI | 9ª puntata de `La Bizzarria dei Solchi Sequenziali`
Massa-Carrara - Riprendiamo, come ogni domenica, la narrazione del romanzo "La Bizzarria dei Solchi Sequenziali - Viaggio nel pianeta delle donne" di B.G. Stefano, in cui l'Autore racconta con dovizia e puntualità di dettagli, una fantastica avventura accaduta all'amico Cesare Mariocchi. Visiteremo un mondo nuovo e imprevedibile, un mondo in cui gli Esseri Umani adottano un nuovo stile di vita, in cui potremo immaginare di vivere noi stessi ed immedesimarci nella posizione di concittadini in quel contesto sociale così diverso dal nostro attuale. Buona Lettura!
Per chi si fosse perso le puntate precedenti: 1ª PUNTATA, 2ª PUNTATA, 3ª PUNTATA, 4ª PUNTATA, 5ª PUNTATA, 6ª PUNTATA, 7ª PUNTATA, 8ª PUNTATA


LE SPIEGAZIONI (1 di 2)

La stanza nella quale mi trovavo era arredata con una specie di culla gigante nella quale ero sdraiato, un letto comune d’ospedale adiacente, due comodini, un armadio.
Sul lato opposto della stanza vidi una porta interna semichiusa che immaginai desse nel bagno ed una porta chiusa di accesso alla stanza.
L’incubatrice, dalla quale stavo uscendo era corredata di una serie di apparecchiature, schermi, spie luminose ed altre incomprensibili strumentazioni.
Accanto alla parete erano sistemati altri macchinari che immaginai fossero stati adoperati per ricondurre il mio stato fisico alla normalità.
“Da quanto tempo mi trovo qui?” balbettai di nuovo, parecchio. Muovere la mandibola mi pesava terribilmente.
“Quaranta giorni circa”, rispose. Avevo una gran sete.
“Quaranta giorni ??” ripetei nella mente: “Ma come è possibile un tempo così lungo senza che io ricordi di averlo trascorso?”. Ero dubbioso!
Feci qualche prova ad aprire e chiudere la bocca, emisi qualche suono come per esercitarmi.
“Sei stato in coma!” precisò l’infermiera, categorica.
“Posso avere un bicchiere d’acqua?”, domandai lentamente con grande difficoltà.
Versò acqua da una bottiglia di vetro in un bicchiere pure di vetro e me lo porse; bevvi tutto d’un fiato, tanto avidamente che un po’ d’acqua mi si versò addosso, mi resi conto di essere alquanto impacciato nei movimenti ed il bicchiere mi pareva esageratamente pesante. Ne chiesi ancora. Mi porse un tovagliolo di cotone. Ringraziai.
“Dove mi trovo?”, chiesi asciugandomi.
“Nell’Istituto Ospedaliero Interfederale (IHI) dell’Unità Vitale due doppio uno gi ti (VU211GT)”. Mi stavo coprendo con una mano sola.
Avevo capito che ero in un Ospedale, ma volevo sapere dove. In quale paese?.
“Qui siamo in Nepal, a circa sessanta chilometri da Kathmandu”
“Nel Nepal?? Un posto del genere? Mah!! Mi sembrava quasi inverosimile! Per quanto ne sapessi del Nepal!” Cercavo di pensare se mai mi fosse capitato di sentir parlare di un Ospedale Internazionale di quella portata nel Nepal, ma senza risultato. Anzi non avevo mai sentito parlare di nessun ospedale nel Nepal: ”Un posto del genere, per quanto ne capivo io, non esisteva in tutto il pianeta!”
“Come mi trovo qua?”, insistetti.
“Ti hanno portato che eri semi-assiderato”. Finalmente quanto mi stava accadendo si collegava esattamente con la mia memoria. Ciò mi rincuorò un poco, anche se non sapevo perché. In effetti nulla avrebbe dovuto preoccuparmi, ero vivo e vegeto in fin dei conti.
“Ma?“, mi chiedevo, “Chi m’aveva trovato? Come? Com’era stato possibile che qualcuno fosse stato così attento da scoprire dove mi trovavo nascosto e fosse stato possibile ricoverarmi in quell’ospedale dall’aspetto così moderno e all’avanguardia?”, avevo una qualche memoria dell’accaduto? “No, no, forse io stesso mi gettai fuori dal nascondiglio”. Mi tornava alla mente un autostrada. C’era qualcosa di poco chiaro comunque, che non riuscivo a comprendere, mi sentivo insicuro … ”L’autostrada evidentemente l’avevo solo immaginata …”.
“Ma perché sono nudo?” mi accorsi di un impercettibile miglioramento nel pronunciare le parole.
“E’ una condizione normale di degenza”, mi rispose distaccata, aumentando il mio stupore.
Lei indossava una divisa azzurra aderente, e nonostante la strana situazione nella quale mi trovavo, non mancai di osservare quanto era piacevole e attraente il suo aspetto.
“Ora devi fare attenzione, perché è la prima volta da quando sei qui che provi a muoverti da solo”
“Pensi che non ne sarò capace?” chiesi preoccupato.
“Ora vedremo!, … Durante il periodo di incoscienza che hai trascorso, abbiamo provveduto a farti fare ginnastica assistita e fisioterapia passiva, ciononostante potresti avere qualche problema nell’uso della muscolatura, per cui cerca di aiutarti con questo carrello”.
Mi avvicinò un carrello metallico con ruote.
Appoggiandomici uscii dal contenitore a forma di vasca da bagno.
“Nonostante tu abbia impiegato gli ultimi sei giorni per risvegliarti completamente, non puoi avere ancora riacquistato il senso dell’equilibrio, prova a muoverti e dimmi come ti senti” continuò.
Posai i piedi su un pavimento in ceramica di colore bianco opaco, provai una piacevole sensazione sentendo le piastrelle riscaldate, alcune gocce dell’acqua che avevo versato erano rimaste dove erano cadute.
La ragazza le notò e si affrettò ad asciugarle con un tovagliolo di carta che gettò poi attraverso uno sportello sulla parete che, appena aperto, risucchiò il tovagliolo.
La ragazza stava controllando i dati che le apparecchiature alle quali ero stato collegato avevano registrato. Armeggiò con la tastiera, prelevò una pagina dalla stampante e la archiviò in un classificatore, poi si alzò, apri un armadio e mi porse un indumento, erano un paio di mutande ed una maglietta di cotone che accettai di buon grado, poi mi diede una casacca con pantaloni, azzurri ambedue, sempre di cotone con l’interno felpato.
Infine un paio di scarpe bianche leggere con suola in gomma e tomaia in cotone tipo quello della tuta ma più pesante.
Sotto l’occhio vigile dell’infermiera impiegai circa dieci minuti a vestirmi completamente. Ero costretto a sedermi spesso sul letto per riposare le gambe. Evidentemente si accorse della mia preoccupazione dalle espressioni del mio viso, poiché si avvicinò avvertendomi che avrei raggiunto il pieno controllo del mio corpo solo dopo almeno cinque o sei giorni.
Quindi cerca di non demoralizzarti ma piuttosto di impegnarti a tornare autosufficiente.
Mi osservava mentre procedevo a piccoli passi anche se con difficoltà; decise comunque che fossi autosufficiente perché non tentò di aiutarmi in alcun modo.
“Sto bene …” dissi “penso di farcela, … perlomeno ci provo, devo riuscire da solo!”
Dopo qualche minuto avvertii la sensazione che la camera e tutto il suo contenuto tentassero ripetutamente di girarmi attorno, chiusi gli occhi, la sensazione continuava, mi prese un senso di ansia e di impotenza accompagnati da una grande spossatezza, lei se ne accorse e mi invitò a riposarmi, mi sdraiai sul letto, attesi qualche minuto e mi rialzai. Mi diede sicurezza notare che la ragazza mi stava osservando, vigilando sui miei movimenti.
“Cerca di fare più movimento possibile alternato a momenti di riposo, l’esercizio è indispensabile, ora ti lascio solo perché ho altri impegni, torno presto. Mi raccomando” così dicendo, senza darmi il tempo di replicare, si dileguò.
Rimasto solo mi diressi verso la porta interna che immaginai immettesse nella stanza dei servizi igienici, infatti, entrato, mi diressi subito davanti al lavabo con la specchiera. A stento riconobbi la persona che mi guardava con aria stralunata, gli occhi spenti infossati, i capelli quasi a zero, il viso scavato. Mi feci coraggio: “Tra poco tempo potrò uscire da questo posto!” fu il pensiero più ottimista che potevo elaborare.
Mi accorsi comunque, concretamente, di non sentirmi a mio agio, avevo da poco tempo acquisito la consapevolezza di trovarmi in una situazione inconsueta. Probabilmente a causa del mio stato mentale, ancora influenzato dal lungo periodo di coma, mi prese una sensazione di ansia, di paura del futuro. Cosa dovevo aspettarmi? … Quando avrei rivisto quella ragazza? … Dove ero esattamente? … Avevo bisogno di aiuto? … Chi mi avrebbe aiutato?
Le domande mi si accavallavano nella mente. Senza risposte.
Per tutta la mattinata mi impegnai nell’allenamento con quante forze avevo a disposizione.
Mi sdraiai, distrutto, sul letto situato vicino a quella specie di bara nella quale avevo giaciuto per più di un mese.
Mi mancava la consapevolezza del tempo e quando più tardi una inserviente entrò porgendomi un vassoio con del liquido che al colore ed alla consistenza assomigliava ad un passato di verdura, lo annusai e avvertii un odore pungente di una qualche erba, per niente familiare, che mi manifestò l’alto livello di sensibilità del mio naso.
L’inserviente si raccomandò:
“Da molto tempo non ingoi alcunché, per cui cerca di fare molta attenzione, bevi con cautela ed a piccoli sorsi”.
Le fui grato della sua premura e la ringraziai,:
“Non vorrei che ti strozzassi!” ribadì lei. Approfittai dello scambio di parole per chiederle l’ora. Non c’erano finestre in quella stanza e non mi rendevo assolutamente conto se fosse giorno o notte.
“Sono le dodici e venti minuti” rispose.
Avevo quindi tutto il pomeriggio per allenarmi a camminare.
Mi appisolai, fui svegliato dalla visita della stessa inserviente che mi portò un bel bicchiere di frullato di frutta che ingurgitai con ingordigia.
Ripresi con gli esercizi. Mi pareva di stancarmi meno della mattina, evidentemente stavo abituandomi di nuovo all’uso della muscolatura delle gambe.
La signorina era entrata dopo aver bussato, appena dentro mi sorrise e si presentò:
“Sono la Dottoressa Ambrose, internista, specialista in neurologia. Vediamo un po’ come va!”
Anche lei era molto giovane. Il volto aveva sembianze orientali, indiana, cinese, o forse nepalese, non so esattamente.
I pantaloni della divisa di servizio non troppo stretti, lasciavano solo immaginare quale capolavoro nascondessero.
Nel momento in cui armeggiava intorno al mio fisico, mi stupii nel notare che mentre l’interesse della dottoressa era totalmente preso dal mio stato di salute, anche la mia attenzione avrebbe dovuto esserlo, ebbene io, invece stavo arzigogolando spudoratamente, sull’aspetto sessuale della relazione che in quel momento avevo con quella ragazza.
Incredibile, quasi mi vergognai di me stesso. Abbandonai il pensiero. A malincuore, però.
Cercai di superare l’immaginazione, puntando invece sulle cose che stavano accadendo.
Era passata a controllare il mio stato di salute psicofisico. Controllò i dati riportati dallo schermo elettronico e dopo una rapida visita effettuata anche con l’uso di uno strumento che non conoscevo, tipo un cercametalli portatile disse:
“Tutto a posto. Soddisfacente!” un breve silenzio nel giudicare un dato che appariva sul visore e continuò “La risposta che il tuo fisico ha dato alla terapia è stata eccezionale”
Stavo gioendo per quanto avevo udito, presto avrei potuto tornare a casa più nuovo di prima. Me l’ero cavata!.
“Meno male!” balbettai. Lei continuò:
“Hai solo perduto un po’ di peso dato il tipo di alimentazione che ti abbiamo somministrato ed alla mancanza di movimento attivo, ma vedrai che ricupererai ben presto. Muoviti il più possibile”.
Pensai se avessi ancora tempo per fare qualche esercizio.
“Che ore sono?” chiesi.
“Sono le diciannove”, ed alzando gli occhi dietro le mie spalle precisò: “Le diciannove e dieci. Non conosci l’orologio?” fu la risposta della dottoressa alla mia domanda.
Incredibile, tutto il giorno a chiedermi l’ora ed io non m’ero accorto di avere un orologio sopra la testa, e con il datario, malfunzionante quest’ultimo, però!.
Dopo pochi minuti la solita inserviente entrò per controllare se tutto era in ordine prima della cena.
“Scusa, ma perché non mi hai detto che c’era questo orologio quando oggi ti ho chiesto l’ora?” l’apostrofai.
“Tu mi hai chiesto l’ora, non l’orologio!” ferma, secca, imperterrita. Poi continuò “Tra poco ti porteranno la cena, fai ancora attenzione, mangia lentamente”.
“OK!” facendo cenno di aver capito.
Poco dopo un’altra inserviente mi portò un vassoio con sopra una scodella, contenente una pappa di colore nocciola scuro, dal gusto e odore improponibili che non riconobbi in nessun cibo da me conosciuto ed un succo di arancia. Mangiai comunque tutto, lentamente ma senza alcun problema.
Poco dopo mi addormentai.

[CONTINUA...]
Domenica 19 agosto 2018 alle 18:48:54
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