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Ultimo aggiornamento ore 22.02 del 19 Ottobre 2018

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L'INCIDENTE | 6ª puntata de "La Bizzarria dei Solchi Sequenziali"

Ecco un nuovo capitolo del romanzo che racconta la fantastica avventura di Cesare Mariocchi

IL LIBRO - VIAGGIO NEL PIANETA DELLE DONNE
L´INCIDENTE | 6ª puntata de `La Bizzarria dei Solchi Sequenziali`
Massa-Carrara - Riprendiamo, come ogni domenica, la narrazione del romanzo "La Bizzarria dei Solchi Sequenziali - Viaggio nel pianeta delle donne" di B.G. Stefano, in cui l'Autore racconta con dovizia e puntualità di dettagli, una fantastica avventura accaduta all'amico Cesare Mariocchi. Visiteremo un mondo nuovo e imprevedibile, un mondo in cui gli Esseri Umani adottano un nuovo stile di vita, in cui potremo immaginare di vivere noi stessi ed immedesimarci nella posizione di concittadini in quel contesto sociale così diverso dal nostro attuale. Buona Lettura!
Per chi si fosse perso le puntate precedenti: 1ª PUNTATA, 2ª PUNTATA, 3ª PUNTATA
, 4ª PUNTATA, 5ª PUNTATA.

L’INCIDENTE

“Lucio, … Lucio! …”, gridai ansimando
“Fermati un po’,... non correre!”, si fermò.
La salita a passo svelto mi aveva stancato, e quello sgorbio continuava a correre zoppicando imperterrito. Mi pentii subito di averlo definito sgorbio anche solo con il pensiero, ma mi giustificai pure subito: “Mi sta facendo stancare troppo!” e mi fermai.
Tra l’altro non eravamo proprio nella condizione di poterci permettere di consumare energie inutilmente. Mi ero seduto su una sporgenza di roccia al margine del percorso pietroso che costeggiava la montagna. Alzai lo sguardo verso la salita, lo vidi tornare indietro, la sagoma un po’ deforme si stagliava scura contro il cielo, ormai nel rosso cupo del tramonto, ondeggiava per via della malformazione alla gamba.
“E’ inutile correre!”, gli dissi appena fu a tiro, ansimando un poco “tra poco sarà buio, non arriveremo comunque da nessuna parte anche correndo!”.
“Già!”, confermò Lucio.
Mi si accostò. Vicino a me, si sedette anche lui sopra la roccia sporgente dal fianco del monte appoggiandosi con la gobba che gli rigonfiava il lato destro della schiena. Lo osservai per un attimo: “Un gobbo”, pensai, “gobbo e con una gamba più corta dell’altra, tra tanta gente che c’era sull’aereo proprio uno concio così mi doveva capitare come compagno di sventura, probabilmente non dovrò aspettarmi da lui alcun aiuto in caso di bisogno, ma dovrò essere io a dargliene”.
“Ormai è inutile continuare”, mi interruppe, “sta scendendo la notte e non si vedrà più niente da lassù”.
“Non è detto”, osservai, “magari se ci fossero delle luci da qualche parte, avremmo potuto scorgerle”.
Sapevo però che non saremmo mai arrivati alla cresta del monte, più in alto avevo visto la neve, forse alta e procedere sarebbe stato impossibile, avevo calzati un paio di mocassini leggeri vista la stagione che avrei trovato al mio arrivo, figuriamoci! …, forse l’indomani con la luce avrei potuto togliere a qualcuno dei deceduti un paio di scarponcini che prima non avevo neppure cercato.
Ma forse qualcuno stava già organizzando dei soccorsi.
Guardai di nuovo il mio compagno, mi sentivo cattivo, pensai che era la situazione che mi incattiviva. Del resto lui mi aveva consigliato di tenere le cinture allacciate. Ero ingiusto a prendermela con lui. Senza le cinture non me la sarei cavata di sicuro. Praticamente lui mi aveva salvato la vita.
Comunque qualche cosa avremmo dovuto fare, altrimenti adesso non ci saremmo salvati davvero. I soccorsi non potevano arrivare veloci, in mezzo a quelle montagne, chissà con quale organizzazione …
Insomma il pessimismo cominciava ad assalirmi.
Ci eravamo conosciuti appena quattro ore prima, quando ormai si volava da due ore, era seduto al mio fianco, vicino al finestrino, aveva dormito fin dal decollo, all’improvviso si era svegliato, e girandosi verso di me, tirò fuori dalla giacca un portasigarette e me ne offrì, al mio rifiuto ne prese una lui e la accese.
“La disturba se fumo io?”, mi chiese; alla mia risposta negativa tirò una gran boccata di fumo, tranquillizzato.
Aveva un tono di voce basso, chissà perché prima che lui parlasse avevo immaginato avesse una voce stridula, non l’avrei gradita.
Aveva ancora la cintura di sicurezza del decollo, forse era l’unico ad averle mantenute tutto quel tempo; l’avevo appena notato quando lui mi invitò energicamente a metterle subito.
“A volte in queste zone interne si capita in certi vuoti d’aria, che sono molto pericolosi”.
Me le allacciai. “Avrà sicuramente più esperienza di me”, pensai.
Due assistenti di volo sopraggiunsero sorridenti con un carrello, offrivano un vassoio della cena,... o della merenda? O del pranzo? … Guardai l’orologio, segnava le sei, si andava verso oriente quindi l’ora che leggevo era già falsa sicuramente.
“È la cena”, mi precisò il mio vicino.
“Mi stavo appunto chiedendo cosa fosse”, confermai.
“A che ora arriveremo a Bangkok?”, gli chiesi.
“Verso le cinque del mattino .. ora locale”, mi rispose sicuro.
Avevamo già fatto un paio di scali ed un cambio di compagnia aerea. A bordo erano quasi tutti turisti che si erano regalati un viaggio di piacere, meritato si teneva a precisare, dopo un inverno di duro lavoro!
“Anche lei è in vacanza?”, azzardai.
“Oh, no!”, mi rispose, “ho una piccola azienda artigianale di calzature leggere e pesanti, sa! Scarpe e scarponi per intenderci, fatti a mano, … giù: in Abruzzo”
“Ah!? …” feci io con un cenno del capo, come di ammirazione.
“Si!” continuò, “ma ho conosciuto certa gente, sa? Asiatici, che mi hanno invitato a visitare i loro laboratori dove il prodotto costa la metà di quanto costa da noi. Da principio, e anche per principio, ero contrario, ma poi mi son detto: Andiamo un po’ a vedere, intanto faccio un giretto, e così eccomi qua. E lei? È in vacanza?”.
Pareva non avesse visto l’ora di finire di spiegarmi i suoi scopi di viaggio per chiedere a me i miei, era ovvio dovevo aspettarmelo.
“Veramente è una storia abbastanza complicata”, risposi, ” ma per farla breve le dirò che sono in viaggio per incontrare una ragazza. Sa! Ho trentasette anni, non ho mai voluto o potuto o saputo, chissà? … sposarmi … L’anno passato ho conosciuto una ragazza orientale che studiava in Italia, siamo stati insieme un certo periodo, poi lei ha dovuto rientrare, ed ora mi ha chiesto di raggiungerla per conoscere i suoi posti e la sua famiglia“ fece una pausa e un sospiro, “mah! forse sarà tutto un po’ complicato, comunque ormai sono in viaggio”.
“Ma lei lavora?”, mi chiese
“Si, si! Ho chiesto l’aspettativa sul lavoro e fortunatamente me l’hanno data, mi sono un po’ riposato, poi sono andato al paese a trovare i parenti, ho passato con loro una settimana e ieri sera sono rientrato per partire e stamani eccomi qui. Dico la verità: non vedevo l’ora di partire”.
“La vedo entusiasta di questa cosa!”, confermò il mio vicino di posto.
“Certo! Ho pensato io vado là, cerco di conoscerla a fondo, posso starci anche due mesi, vedo l’ambiente, la famiglia in cui vive ed è vissuta, e poi si vedrà, come si dice: se son rose fioriranno, e così son partito. Come lei non so come andrà a finire: magari torneremo tutti e due indietro senza aver concluso nulla”.
Avevo appena terminato di pronunciare queste parole che avvertii un vuoto dentro, era come se qualcosa mi impedisse di continuare a respirare, percepii subito che si trattava della stessa impressione che si prova quando si fa la prima discesa delle montagne russe. Il mio vicino mi guardò con gli occhi sbarrati.
“E’ un vuoto d’aria”,ebbe la forza di spiegarmi, con voce tremolante causata dalle violente vibrazioni alle quali, nel frattempo, l’aeromobile era sottoposto.
Tentai di impormi di rilassarmi, non finiva mai, lanciai lo sguardo fuori dal finestrino, i monti coperti di neve si avvicinavano paurosamente sotto di noi, mi preoccupai di alcuni alberi che si elevavano sul terreno, se continuavamo a scendere li avremmo urtati; non poteva trattarsi solo di un vuoto d’aria, l’interno dell’aeromobile si riempì di urla mentre i sobbalzi impedivano a chiunque di agire in qualche modo, si udiva una voce che proveniva dall’altoparlante lanciando probabilmente informazioni di sicurezza, ma la confusione era tale che nessuno potava farci attenzione. Quegli istanti furono interminabili.
Strinsi il braccio del mio compagno di sventura più prossimo, anche lui ormai guardava solo fuori dal finestrino al suo fianco. Un cono di fumo nero sfilava veloce da sotto l’ala. Provai una sensazione di impotenza come non avevo mai provato, non potevo far nulla. Molti erano stati sbalzati fuori dal loro posto ed ora venivano sballottati lungo il corridoio. Capivo che la morte ci stava aspettando, tutti: “Centocinquanta persone in un colpo solo. Non volevo, non avrei voluto, mi dispiaceva morire, ma non per il solo fatto di morire, ma perché … così inutilmente, senza una ragione, senza uno scopo! I parenti, … gli amici, ..! Peccato!” pensai.
Quante impressioni, quanti pensieri in un tempo così breve, eppure lunghissimo, tutto quanto non può essere durato più di una decina secondi.
Le cime di quei pochi alberi frustavano con violenza la carlinga dell’aereo, ed il rumore fu come una liberazione, finalmente qualcosa succedeva. “Ora si vedrà!.”., pensai.
Poi fu un tutt’uno, impossibile in quel momento stabilire, vedere, immaginare, realizzare e ricordare ciò che stava accadendo.
L’unica cosa che mi resta chiara è che vidi l’ala destra perdere la sua rigidità piegandosi all’indietro come fosse incernierata.
Sentii che l’aereo sbandava sulla destra, si aprì letteralmente in due trasversalmente proprio davanti alle nostre poltrone, poi tutto cominciò a roteare, e non mi accorsi più di nulla.
Non saprò mai quanto tempo passò da quando avevo perso i sensi. Verificare i tempi e orari era l’ultimo dei miei pensieri. Mi trovavo seduto legato in una scomoda posizione, inclinato lateralmente con la testa ciondoloni. Udivo una voce lontana, come in un sogno:
“Ehi,ehi! Svegliati”, sentivo dei buffetti leggeri sulla guancia.
“Svegliati!”, insisteva.
Aprii gli occhi, vidi il viso del mio vicino, lui era in piedi e stava slacciandomi la cintura di sicurezza. Mi misi le mani alla faccia strusciandomele sulle guance. Mi sentivo intorpidito.
“Stai attento che ti slaccio, tieniti forte a me!”
Nel frattempo lanciava occhiate intorno, avvertii un forte odore acre di kerosene misto all’odore asfissiante del fumo, le cui nuvole qua e la venivano agitate e disperse da una brezza fresca e leggera che contribuì a risvegliarmi. Gli misi un braccio attorno al collo, e la mano dietro la schiena premette sopra la curiosa, ossuta, malformazione della gobba. Quell’effetto nuovo per me, mi spinse a ridurre la pressione.
“Dai, dai, tieniti forte!” tagliò corto il mio compagno. Lo feci e fui sciolto.
“Andiamo, leviamoci di qui!”, mi ordinò saltando dal troncone di fusoliera.
“Mi chiamo Lucio, Lucio Gasparri”, mi disse girandosi verso di me. Io annuii senza rispondere, pensai però che mi informava di come si chiamasse nel desiderio di familiarizzare, data la situazione critica nella quale ci trovavamo. Ebbi il presentimento che fossimo rimasti soli.
Ero ancora tutto intontito, un dolore al collo mi impediva di voltare il capo liberamente verso di lui.
C’era attorno un silenzio tragico, qualche fiamma e fumo.
Saltai anch’io, con precauzione ero rimasto seduto parecchio e le gambe era un poco indebolite. Un brivido mi percorse il corpo, faceva freddo. A quel punto mi guardai attorno, era impressionante vedere gli alberi che, con le loro fronde spezzate, avevano formato un corridoio degradante verso di noi, la carlinga lo aveva creato precipitando; dalla parte opposta c’era un laghetto, intorno erano sparsi rami abbattuti dall’aereo in caduta.
Fortunatamente la caduta dell’aereo non aveva provocato esplosioni, altrimenti probabilmente non avremmo avuto scampo.
Io e Lucio eravamo rimasti in un cilindro che aveva rotolato chissà quanto prima di fermarsi, era tutto ammaccato ma ci aveva tenuto al suo interno grazie alle cinture.
Trovai poco distante la signora che fino a poco tempo prima sedeva alla mia sinistra, era distesa supina con le vesti stracciate, aveva il collo piegato in un modo inusuale, capii che era ridotta male, mi avvicinai e cercai di girarla, la testa si piegò in modo innaturale, respirava a fatica e tremava, cercai di rianimarla con buffetti sulla guancia, mi tolsi la giacca per coprirla, ebbe la forza di aprire gli occhi, mi guardò con occhi sofferenti e dopo aver cercato per cinque minuti di dirmi qualcosa spirò.
Girammo per un paio d’ore nella zona, trovammo di tutto, lo spettacolo era tremendo, parti di corpi, sparsi tra gli alberi, bagagli ovunque, qualche corpo era carbonizzato e ancora fumava.
Un’ala la trovammo spezzata in due circa trecento metri verso il corridoio tra gli alberi, l’altra mancava, mancava anche la parte anteriore della fusoliera, che però capimmo essere affondata nel laghetto, visto il segno evidente del suo percorso sul terreno.
Non potevamo fare nulla per nessuno. Provammo a scuotere tutti i corpi che credevamo potessero essere ancora vivi. Inutilmente, eravamo rimasti gli unici superstiti.
Una leggera brezza gelida portava via l’odore di fumo, di kerosene e di cadaveri arsi.
Sulla riva del lago ci rendemmo conto di trovarci nel canalone tra due monti, non coperti da alberi ma piuttosto di neve, le cime dei quali sovrastavano di poco il livello del lago.
Un brivido mi fece tremare, la spiacevole sensazione mi costrinse a stringermi nelle spalle, mentre cercavo attorno.
Recuperai un giaccone da un corpo senza vita, mi sentii subito meglio. Avevamo bevuto l’acqua del ruscello, ma non avevamo nulla da mangiare, quanto avremmo resistito?
Per oltre un’ora ci muovemmo lungo la riva tra arbusti, pietre e fango, finché giungemmo ad una radura pietrosa da dove partiva come un canale di pietre levigate, era evidentemente il letto di un ruscello formato dal disgelo, con un leggero rivolo al centro. Ci parve tanto un sentiero, tanto che quasi inconsciamente desiderammo ambedue percorrerlo.
“Proviamo di qua!”, dissi.
“Si”, mi rispose. Iniziammo quindi la salita.
D’altronde non avevamo alternativa, dovevamo salire per capire dove ci trovavamo.
Sapevamo che cercando un po’ in giro avremmo trovato qualcosa di utile tra i resti dell’aereo e dei bagagli, ma era quasi notte e ci eravamo allontanati già troppo dai rottami, non volevamo trovarci di notte nel canalone esposto al vento.
Del resto, cibo nell’aereo se ne sarebbe trovato solo nella zona di prua che avevamo capito trovarsi in fondo al lago, la cui superficie era in parte ghiacciata, quindi irraggiungibile.
Il crepuscolo era già iniziato, presto sarebbe stato buio.
Domenica 29 luglio 2018 alle 13:01:09
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