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L'AMBULATORIO | 2ª puntata de "La Bizzarria dei Solchi Sequenziali"

Prima parte di tre del nuovo capitolo del romanzo che racconta la fantastica avventura di Cesare Mariocchi

IL LIBRO - VIAGGIO NEL PIANETA DELLE DONNE
L´AMBULATORIO | 2ª puntata de `La Bizzarria dei Solchi Sequenziali`
Massa-Carrara - Riprendiamo oggi la narrazione del romanzo "La Bizzarria dei Solchi Sequenziali - Viaggio nel pianeta delle donne" di B.G. Stefano, in cui l'Autore racconta con dovizia e puntualità di dettagli, una fantastica avventura accaduta all'amico Cesare Mariocchi. Visiteremo un mondo nuovo e imprevedibile, un mondo in cui gli Esseri Umani adottano un nuovo stile di vita, in cui potremo immaginare di vivere noi stessi ed immedesimarci nella posizione di concittadini in quel contesto sociale così diverso dal nostro attuale. Buona Lettura!. Chi si fosse perso la prima puntata, può CLICCARE QUI

L'AMBULATORIO [1ª parte di 3]
L’Ambulatorio Medico era sistemato in un vecchio fabbricato ad un piano, con tetto a doppio spiovente; l’intonaco delle pareti esterne, ormai scolorito, si era staccato qua e là lasciando scoperta la struttura a mattoni del muro, le finestre erano protette da inferriate rugginose che forse non avevano mai sentito la protezione di una mano di pittura. Un bel bordo di circa venti centimetri di un brillante azzurro, cingeva invece tutto intorno, la porta d’ingresso, anche gli interni erano imbiancati di fresco come ad attestare la cura rivolta alla salubrità del locali.
All’interno erano state ricoverate due persone, rinvenute in coma da assideramento.
L’edificio, che occupava uno spiazzo isolato sopra una collinetta brulla alle pendici della grande catena montuosa, era servito da una strada neppure asfaltata e piena di buche; vi si faceva servizio di Pronto Soccorso, primo aiuto per scalatori, sciatori ed escursionisti in genere, ed essendo dotato del minimo delle dotazioni necessarie e sufficienti per quella occorrenza, si era deciso di non trasportare in una qualche più attrezzata struttura ospedaliera, i due pazienti.
Perlomeno fino a che non si fossero ritenute stabilizzate le loro condizioni di salute.
Anche se nessuna notifica ufficiale fosse pervenuta, si era reputato che le due persone fossero superstiti di un probabile incidente avvenuto in montagna. I loro corpi, inspiegabilmente, erano stati trovati nudi e privi di sensi, riversi bocconi sul pavimento della camera di degenza.
L’interesse delle Autorità locali verso i due pazienti fu subito altissimo, soprattutto per la curiosità di conoscere la storia che avevano da raccontare.
Ogni giorno, due volte, la mattina e la sera, un medico dell’Ospedale Centrale veniva a controllare le loro condizioni e, visto lo sviluppo positivo dell’infermità, era stata confermata la decisione di lasciare i pazienti dove si trovavano, ed erano ormai trascorsi circa quindici giorni dal loro ricovero.
Cesare però, uno dei due pazienti, si era svegliato quasi subito dopo il suo arrivo, aveva dato le proprie generalità, senza però ricordare cosa gli fosse capitato né come si fosse trovato nell’ambulatorio. Si trovava stranamente in condizioni buone e stabili e si sentiva in ottima salute. Mentre uno dei pazienti si trovava ancora in coma, i sanitari erano rimasti stupiti assistendo al veloce risveglio di Cesare, il quale pertanto fremeva per tornare a casa sua.
Anche se nessuno gli aveva espressamente vietato di andarsene, lui veramente si sentiva un recluso. Il fatto che nessuno lo autorizzasse a partire da quel paese straniero, nonostante le sue insistenti richieste, era come se lo si trattenesse contro la sua volontà. Finalmente però riuscì a ripartire e a tornare a casa. Non vedeva l’ora di uscire da quella storia, voleva liberarsene raccontandola a qualcuno.
Furono le particolari condizioni del ricovero dei due degenti, la causa del grande interesse manifestato da chiunque, tra i sanitari e le autorità, ne fosse venuto a conoscenza. Infatti …
L’infermiera che due settimane prima, Sabato 20 Marzo 1993 alle 09:15, era entrata nella stanzetta dove dovevano esserci due letti vuoti, era rimasta sbalordita al vedere, tra i due letti, due uomini sdraiati a terra, bocconi, nudi e privi di sensi.
Era sola in quel piccolo Pronto Soccorso, il medico sarebbe passato più tardi, prima di sera.
Non capiva da dove fossero arrivate quelle persone, lei era entrata poco tempo prima in quella camera e non c’era nessuno, la finestra aveva l’inferriata, l’ingresso dell’Ambulatorio era sotto la sua sorveglianza e non si era assentata dalla sua postazione neppure un secondo. “Come facevano a trovarsi li quelle persone?… Chi erano?… Da dove erano entrati?? …” si chiedeva.
Subito però, anche se titubante, si avvicinò ai corpi distesi a terra, con le mani tremanti per l’emozione, li girò in posizione supina, uno aveva un piccolo taglio sopraccigliare, probabilmente aveva battuto a terra nella caduta, l’altro aveva una protuberanza gibbosa sulla schiena, sanguinava dal naso e aveva una vistosa ecchimosi sullo zigomo destro, si domandò allarmata e un poco impaurita per la stranezza del fatto, chi fossero i malcapitati; comunque, chiunque essi fossero e da dove fossero giunti, certo era che senza indumenti non si potesse permanere a lungo all’esterno da quelle parti, in quel periodo, a quella altitudine! Senza prendersi un malanno! Doveva coprirli subito. Queste furono le prime impressioni di Sarin, così si chiamava l’infermiera.
Agitatissima per la singolarità di quella circostanza, dopo il primo sentimento di panico fu invasa dal senso del dovere di assistere quelle persone. Ad ambedue pose un cuscino sotto il capo e dovette affrontare le fatiche di Ercole per stendere sotto i loro corpi due pesanti coperte di lana, poi con altre due li coprì.
Sarin procurò le prime cure a Cesare, gli fermò il sanguinamento dalla ferita, e in qualche modo cercò di rianimarlo. Quando, dopo un’ora dalla sua comparsa, Cesare fu in grado di farlo ella lo aiutò ad alzarsi e a stendersi sul lettino. Mentre riprendeva i sensi, si adoperò per fargli indossare un camicione azzurro di cotone. Dopo aver compreso che la sua condizione fisica non dava alcuna preoccupazione, tentò di fargli alcune domande, ma non ricevendo risposta e giudicando il suo stato mentale ancora confuso, ritenne ragionevole lasciarlo riposare, infatti Cesare si addormentò.
Così Sarin in attesa di un suo risveglio più completo si prese cura dell’altro paziente.
Costui però non dava alcun segno di vita. Il suo stato di salute, purtroppo si mostrò subito più precario, e non riuscendo a svegliarlo, dopo aver tentato inutilmente di sistemarlo sul letto, vi rinunciò, lo medicò e lasciandolo steso sul pavimento, lo coprì con una ulteriore coperta.
Scrupolosamente sistemò due paia di ciabatte infradito presso i due letti di degenza.
Durante l’ora successiva l’infermiera tornò a esaminare i due degenti tre o quattro volte.
Nel pomeriggio, appena Cesare si risvegliò e diede segno di essere più presente, fu letteralmente bersagliato di domande dalla sbalordita infermiera la cui più seria apprensione, al momento, era sapere chi lui fosse e da dove venisse.
In un primo momento l’atteggiamento visibilmente disorientato del paziente calmò l’impeto dell’infermiera nel soffocarlo domande, che poste inizialmente nella lingua locale non potevano avere alcun cenno di risposta da parte di Cesare, comunque. Dopo che questi, in inglese, balbettò di non capire fu costretta a riferirgli, nella stessa lingua e con tutta calma, il fatto incomprensibile accaduto in quella camera di degenza.
Cesare, tornava pian piano alla realtà. Nella sua mente si risvegliavano ricordi stupefacenti. Era ancora frastornato e la guardava rassegnato, ma comprensivo poiché ben immaginava cosa volesse sapere l’infermiera. La sua reticenza a dare risposte concrete oltre gli sterili “non so” spazientì l’infermiera la quale, vista l’inutilità dei suoi sforzi, con fare deciso si attaccò al telefono e per cinque minuti fece numeri di telefono e lanciò con voce accorata, allarmi generali chissà dove, chissà a chi.
Qualche tempo dopo arrivò il medico responsabile che, dopo aver confabulato per qualche minuto con l’infermiera, procedette a visitare sia Cesare sia il compagno che si stabilì trovarsi in coma.
I pazienti non dovevano essere spostati da quel Ambulatorio, per nessun motivo.
Dopo l’arrivo del medico giunse al Pronto Soccorso un altro personaggio che in inglese iniziò a porre a Cesare una serie di domande.
Cesare ritenne che questa persona fosse un politico, dal suo modo di fare impensierito sul da farsi e pieno di scrupolo decisionale. “Forse è un politico locale,” pensò “probabilmente uno di quei politicanti alla buona”. Lo capiva dal suo comportamento familiare sia con l’infermiera sia con il medico. Di sicuro avrebbe voluto non aver niente a che fare con quel problema tignoso.
Cesare comprendeva molto bene la lingua inglese, in gioventù aveva perfezionato la sua conoscenza scolastica vivendo all’estero per lavoro. Però in quella circostanza, in parte capiva e in parte faceva finta di non capire.
Per il momento chiunque, con un po’ di buonsenso, avrebbe considerato che la sua condizione di malessere, privandolo della lucidità necessaria, non gli consentiva di rispondere alle domande che gli venivano poste. Fu lasciato riposare.
Un’ora più tardi Sarin tornò con un vassoio, sopra c’era un piatto di ceramica bianca un po’ sbeccato, contenente una abbondante quantità di una specie di stufato di carne con fagioli, un panino ed un bicchiere d’acqua. Con la fame da lupi che si ritrovava fece piazza pulita del cibo, in un baleno.
Più tardi si addormentò. [CONTINUA...]
Domenica 1 luglio 2018 alle 13:58:40
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