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Ultimo aggiornamento ore 06.07 del 13 Luglio 2020

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Mamma Pamela, infermiera: «I veri eroi? I nostri bambini» | Video

L'operatrice sanitaria dell'ospedale di Fivizzano: «Per la prima volta mi sento un potenziale killer. Un solo passo falso e metto a rischio tutto: la mia vita, quella degli altri pazienti, delle mie colleghe e della mia famiglia»

l'intervista
Lunigiana e Apuane - Gioia ha la mamma Pamela, infermiera all'ospedale di Fivizzano (Massa-Carrara). È una di quelle bambine che a Natale, Pasqua, o nel semplice giorno festivo della domenica non ha sempre la possibilità di avere una famiglia riunita, perché la mamma è di turno. E adesso i turni della mamma si sono allungati. Pamela è una professionista che vive e opera al di là delle porte chiuse al pubblico, all’interno della realtà dell’emergenza.

Come passa la giornata la bimba di un’infermiera ai tempi del Covid19?
Le giornate di Gioia passano... semplicemente come quelle di ogni bimbo, ma senza nonni, senza zii e senza amichetti. Si mandano messaggi di saluto nel gruppo sul gruppo Whatsapp delle mamme dell'asilo, foto e video... manteniamo i rapporti con le persone più care con videochiamate, guardiamo cartoni, giochiamo con il Didò, cuciniamo insieme, a volte prende lo straccetto e io la coinvolgo nelle faccende di casa, quando ci sono. Perché la cosa triste di Gioia e dei bambini che hanno un genitore che lavora in ambito sanitario, in questo momento così tanto raccontato ovunque, è l’assenza. Un po’ giocoforza ci sono abituati: hanno già festeggiato senza di noi compleanni, Vigilie di Natale, Epifanie…

Gioia sa che sei in prima linea in questa emergenza sanitaria globale?
Sì, sa che mestiere faccio e si parla del virus ovunque: nelle radio, nei telegiornali, alle finestre, con i vicini... Ahimè anche le conversazioni in casa sono per lo più riguardanti i contagi della zona, le cose vissute al lavoro, le paure, gli stratagemmi possibili per rimanerne fuori. Dicono che noi infermieri, medici e Oss siamo eroi. Onestamente mi imbarazza questa etichettatura fatta da chi prima spesso ci offendeva se non rispondevano alle richieste dell'utenza e nei tempi desiderati. Non tutti i pazienti sono così, ma la paura rende egoisti e per lo più le offese erano quello che ricevevamo. E che, ne sono sicura, riceveremo finita la burrasca.

Non ti senti eroica nemmeno un po’?
No, mi sento lontana dall'essere un’eroina. Sto facendo quello che ho sempre fatto, quello che ho sempre voluto fare: l’infermiera. Oggi è il Covid19, ieri era la tubercolosi, l’HIV, la meningite,… Molte volte sono venuta a casa senza salutare con un bacio il mio compagno e la mia bambina perché ero in attesa del referto che ci avrebbe dette se quel paziente era davvero affetto da una meningite batterica o virale. Sono le stesse cose di prima, ma ora c'è la paura, un sentimento suscitato da inequivocabili evidenze ma anche indotto da un certo terrorismo che passa dalle notizie, a volte nemmeno provate. La sera sale l'ansia perché mentalmente ripensi ai passaggi che hai fatto quando sei stato a contatto con pazienti positivi a Covid19. E metti tutto in dubbio. Per la prima volta mi sento un potenziale killer, un’assassina. Un solo passo falso, uno solo e metto a rischio tutto: la mia vita, quella degli altri pazienti, delle mie colleghe e della mia famiglia... A volte prima di entrare in turno passo dai miei, che abitano nella via di sotto. Li saluto dalla finestra, porto una salsiccia, un pezzetto di pecorino... il mio modo di coccolarli. Sto attenta e prego Dio di avere sempre i dispositivi necessari alla mia protezione individuale, perché quel grande senso di responsabilità che mi porti dentro non riesce a trattenermi dal non operare

C’è un luogo dove ti senti al riparo?
Paradossalmente l'unico posto dove mi sento al sicuro è al lavoro perché mi sento incoraggiata dalle colleghe che sono bene o male tutte mamme in divisa. Tutti hanno paura, ma la paura di tutte genera un grande coraggio. Questa emergenza sanitaria ha portato nel reparto di medicina infermiere provenienti da altri reparti, come sala operatoria, ambulatori e servizi. Molte di loro dicevano di non ricordare niente delle dinamiche di un reparto invece insieme ce la stiamo facendo. Ci siamo conosciuti mentre prima non sapevamo nemmeno che fossimo colleghi. Io sono un po' sentimentalista: penso che tutto questo sia servito a far tornare indietro di qualche anno alle persone e dare modo di rallentare un po'. Ci lamentavamo del poco tempo che riuscivamo a dedicare ai nostri bambini, ai nostri genitori... Ecco ora il tempo c'è: esclusa la necessità del lavoro, le attività sociali finiscono. Ma iniziano le nostre, quelle che abbiamo sempre rimandato, quelle che abbiamo sempre accantonato ma che ora ci possono alleggerire gradevolmente questo momento estremamente difficile. Ora si può imbiancare una stanza, si può riordinare la soffitta, fare pulizia in cantina, impastare con i figli, sfornare dolci, stirare ceste di panni che strabordano e fare sane passeggiate, guardare un film, parlare. Non sarà certo quell'ora al supermercato nei quali andremo rispettando le regole di "prevenzione" a metterci in pericolo. Dovremo pur mangiare! Oggi, anche se non richiesto, siamo portati a ritrovare noi stessi e chi vive con noi, questa è un'opportunità. Come quella di scegliere di non morire, non ora.. E non perché sia la tua ora, ma perché se ti ammali adesso non ci sono mezzi sufficienti per poterti curare.

Chi sono allora i veri eroi?
I veri eroi sono i nostri bimbi. Ora Gioia si raccomanda con me di portare la mascherina e di lavarmi sempre le mani. Non dovremo essere noi mamme a prenderci cura di loro? E ora loro, i nostri piccoli eroi, ascoltano discorsi da adulti, intervengono e partecipano. Si adattano, anche. Cambia l’educazione giornaliera, cambiano le abitudini, cambiano i giochi. Gioia ha appena finito di confezionare con il Didò verde delle mascherine per tutte le sue Barbie. E ne ha fatto anche delle belle scorte!
Giovedì 19 marzo 2020 alle 14:48:35
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19/03/2020 - La piccola Gioia: «State a casa, c'è il virus!»



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