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Ultimo aggiornamento ore 09.44 del 17 Luglio 2018

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Progetto Carrara, i lavoratori: «Gli unici esuberi della Toscana siamo noi»

Secondo gli addetti della partecipata, l'amministrazione comunale avrebbe mal interpretato la legge Madia

«IL DIAVOLO STA NEI DETTAGLI»
Progetto Carrara, i lavoratori: «Gli unici esuberi della Toscana siamo noi»
Carrara - «L’accordo proposto dalla giunta De Pasquale per il superamento della Progetto Carrara può sembrare garantista all’occhio meno attento sia sul versante dei servizi che della tutela dei lavoratori e dei loro diritti. Ma è realmente cosi?». Si apre così il comunicato firmato da "alcuni lavoratori della Progetto Carrara che mettono in evidenza come la Progetto Carrara sia la sola azienda a partecipazione pubblica della Toscana a registrare degli esuberi così come effetto occupazionale del decreto Madia.

Infatti scrivono: «Andiamo per ordine, cominciamo con dei numeri. Dalle cifre ufficiali fomite da Anpal (ente preposto al trattamento degli esuberi scaturiti dagli effetti occupazionali della legge Madia) in Italia al 6 aprile 2018 risultavano, per la soppressione, liquidazione, fusione di circa 3000 società partecipate sul territorio nazionale, 563 esuberi, in Toscana 28, di cui 22 l’intero personale di Progetto Carrara. Un dato strano vero? Viene da pensare che in tutta la Toscana l’unica società partecipata ad essere stata chiusa sia stata la nostra grazie all’interpretazione e l’applicazione del decreto Madia capito solo dall’assessore Martinelli e dai legali e consulenti a cui si affida. Il decreto Madia per voce del sottosegretario alla Pa Angelo Rughetti in una intervista a SkyTg24 del 17 settembre 2017 ricordava, riferendosi al decreto e all’articolo 35 nella fattispecie, “la così detta clausola sociale per cui in occasione della prima gara successiva alla cessazione" il rapporto di lavoro del personale già impiegato “continua con il subentrante”. Inoltre è prevista “una procedura di riassorbimento degli esuberi attraverso una mobilità in ambito regionale!”. Da ciò consegue di fatto che i lavoratori mantenevano inalterati i diritti, le tutele e i livelli salariali di partenza (articolo n. 2112 del codice civile)».

«Ma – proseguono – dalla singolare interpretazione (visti i numeri) fatta dall’assessore, Progetto Carrara (società cessata) e Armi (società subentrante) sono società in-house per i cui i servizi non vengono trasferiti per gara ma per affidamento diretto, escludendo di fatto la clausola sociale, i lavoratori della cedente diventano tutti esuberi e ricollocabili solo attraverso i listoni nazionali di mobilità costituiti per effetto del decreto. Passando a questo punto non dal passaggio diretto ma da un vero e proprio licenziamento e riassunzione, che porta a una revisione totale del rapporto di lavoro con diminuzione di diritti, di inquadramento contrattuale, e soprattutto diminuzione dei livelli salariali. Siamo ormai colpevolmente abituati a queste pratiche discriminatorie ricorrenti nel settore privato tant’è che, quando si presentano, ci rivolgiamo alle istituzioni perché i diritti, sempre più lesi, vengano garantiti e riaffermati. Ma quando chi lede tali diritti è un’istituzione, a chi dobbiamo rivolgerci per avere giustizia?».

«Se l’ottica del decreto Madia sposata certamente da tutti i buoni amministratori è quella del risparmio – continuano i lavoratori della Progetto Carrara – (a patto che non si trasformi in macelleria sociale), ci viene da chiedere perché in questi anni in cui si era a conoscenza della cessazione di Progetto Carrara, non si è mai provveduto al trasferimento dei suoi addetti con procedure di mobilità tra partecipate di uno stesso ente, quando la necessità di personale lo consentiva? La disponibilità, la volontà dei lavoratori a trattare su alcuni aspetti delle loro posizioni lavorative sono da tempo note e suffragate da accordi firmati con le amministrazioni comunali. Ricordiamo procedure di assunzione ad Amia, a Gaia, ad Apuafarma alcune anche per profili professionali esistenti ed altre per i profili professionali magari non presenti ma formabili. Tutt’oggi sussistono posizioni aperte ricopribili messe a concorso, una buona pratica di sinergia tra gli enti che li controlla e gestisce consentirebbero risparmio e qualità dei servizi senza colpo ferire. Invece no, si preferisce percorrere altre strade che presumibilmente avranno un costo enorme sulla gestione delle famiglie dei lavoratoli coinvolti ed anche sulle casse pubbliche poiché si rischia una pioggia di ricorsi all’autorità giudiziaria con le inevitabili spese legali, e un peggioramento inevitabile dei servizi al cittadino».

«In questo giuoco alla ricerca del dettaglio, che tanto dettaglio non è – concludono – ci va di sottolineare: una forza come i 5 stelle che aveva fatto dell’avversione al jobs act un cavallo di battaglia della sua politica, non può presentare la rinuncia ad applicarlo come elemento di contrattazione ma come un modo di agire, un dato di fatto che distingue il suo operato da amministratore da chi l’ha preceduto, ma coerenza è ormai una parola desueta che stenta a comparire in tutti i “vocabolari politici”, sostituita spesso dalla parola opportunità. Qualcuno dirà: “cosa vi lamentate, un posto di lavoro continuate ad averlo!”. Tengano ben a mente tutti: i lavoratori hanno il dovere di difendere i propri diritti e di vederli riconosciuti è una questione di dignità loro e delle generazioni future. La battaglia per i diritti è una battaglia di tutti e per tutti! Ogni passo indietro di un singolo lavoratore, è un passo indietro per tutti i lavoratori».
Venerdì 8 giugno 2018 alle 22:23:04
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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