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Ultimo aggiornamento ore 23.05 del 16 Luglio 2018

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Agri marmiferi, le cooperative: "Introdurre la clausola sociale. I beni estimati? Sono privati"

Ricci (cava Gioia): "Temiamo che le cave cadano nelle mani delle multinazionali. Su beni e agri decida il tribunale"

Agri marmiferi, le cooperative: `Introdurre la clausola sociale. I beni estimati? Sono privati`
Carrara - Ieri primo incontro consultivo della commissione marmo coi rappresentanti delle cooperative; erano presenti Anselmo Ricci della cooperativa Gioia, Giulio Pegollo della cooperativa Canalgrande e Carlo Piccioli della cooperativa Lorano.

Ricci si è detto “spiazzato” dall’introduzione delle aste nel regolamento degli agri marmiferi: “Per la prima volte la consuetudine di una tradizione millenaria viene messa in discussione, Abbiamo valutato la legge regionale 35, intendiamo evidenziare l’unico elemento dell’articolato su cui convergano sindacati e partiti: la clausola sociale. Dev’essere fatta in maniera puntuale, poiché le aste aprono a tutto il mondo; e noi temiamo che le multinazionali entrino in possesso delle cave. Tutti i partiti politici si sono detti concordi, ma vogliamo che sia scritto nel regolamento in maniera chiara e inattaccabile.”

Sui beni estimati i rappresentanti si sono mostrati in aperto dissenso rispetto alle posizioni dell’amministrazione: “Dopo il fallimento dell’Imeg negli anni anni ’90 abbiamo partecipato a un’asta pubblica, acquisendo una quota di agri marmiferi (il 30%) e di beni estimati (il 20%). Se il tribunale ci ha detto che gli agri marmiferi sono privati, non vediamo perché ciò debba essere messo in discussione. Se questo è un punto da mantenere, noi lo faremo in tutte le sedi; sarà il tribunale a dirci se ci siamo sbagliati. Siamo stati accusati di aver speculato, quando abbiamo semplicemente compiuto un’operazione per garantire posti di lavoro”.

Secondo il rappresentante della cooperativa Gioia, bisognerebbe prevedere un indennizzo congruo per chi investe in sicurezza: “Quando viene indetta un’asta, al momento in cui subentra un nuovo gruppo chi esce si vede costretto a fare una stima al ribasso. Un escavatore da un milione euro dopo qualche anno avrà un valore di ammortamento bassissimo: Che si acquistino allora i mezzi secondo il loro valore di mercato, stabilito da una commissione del Comune, non dalle aziende. Lo stesso discorso vale per chi ha investito sulla messa in sicurezza.”

Ricci ha cercato di smentire l’immagine delle cave come un “Far West” ambientale: “Noi rientriamo nell’elenco delle 47 cooperative non in regola secondo Arpat. Gestiamo 27 tipi di rifiuti, dagli stracci; ci è stata contestata la trascrizione di una singola scheda, dimenticata dal tecnico, anche se il rifiuto relativo è stato smaltito regolarmente. Sulla marmettola e sul ciclo delle acque abbiamo fatto grandi passi avanti, ci siamo anche dotati di impianti mobili. Compriamo grassi biologici e biodegradabili per la lavorazione”.

“Non comprendiamo la differenza di tassazione sugli inerti livello regionale: le cave livornesi, pisane e versiliesi pagano molto meno. Chiediamo l’aiuto dell’amministrazione e della regione per piazzare questi materiali.”

Ricci si è detto d’accordo sull’introduzione di una “patente a punti” per la sicurezza in cava, ma non sulla riduzione delle bancate da dieci a sei metri: “comporterebbe un dispendio di mezzi e una produzione di scarti maggiore”. Con la tracciabilità e la filiera corta invece “si rischierebbe di andare fuori mercato, poiché potrebbe comportare un aumento dei costi: la tassazione per il made in Italy è già molto alta.”

“Con blocchi da telaio che ci costerebbero, una volta segati, dai 30 ai 35 euro al metro, siamo fuori mercato – ha aggiunto Pegollo della Cooperativa Canalgrande – dobbiamo per forza esportarli. Al piano non disponiamo degli spazi per aprire una segheria.”

Venerdì 8 dicembre 2017 alle 11:14:32
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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