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Don Raffaello: «Il monte è inzuppato del sangue dei cavatori, nuovi servi della gleba»

«Al dolore per la morte di un uomo si aggiunge quello che deriva dallo scempio delle Apuane»

Don Raffaello: «Il monte è inzuppato del sangue dei cavatori, nuovi servi della gleba»
Carrara - Don Raffaello Piagentini si esprime senza paura e parla dritto al cuore, si sa: anche nel caso di un evento terribile come una morte in cava. Il dottissimo parroco del duomo di sant’Andrea commenta la tragedia che si è consumata in cava Fiordichiara citando una celebre terzina in carrarino:

“A ier’n una volta i monti
I en arivati i baron
I s’en riempiti di bagaron
A noi carrarin a l’en armas
Le disgrazie, il lozz e il polveron.”

“C’erano una volta i monti;
Sono arrivati i signorotti
Che si son riempiti la saccoccia.
A noi carrarini sono rimasti
Le sciagure, il sozzume e il polverume.

“Quello che rimane sono prima di tutto le sciagure, “commenta. “Fino a pochi anni addietro i camion passavano in mezzo alla città, sollevando polveri di morte che intasavano le strade. Adesso per fortuna c’è la strada dei marmi, che pure è stata pagata coi nostri soldi. Ancora una volta il monte è stato inzuppato, oltre che di sudore, del sangue di un padre di famiglia; il che dimostra che le nostre montagne sembrano “vendicarsi” dello strazio e dello scempio che viene perpetrato nei loro confronti. Tutto questo non ci esime dal dolore che la morte di un padre di famiglia porta con sé: si tratta pur sempre di un uomo che nell’adempimento del proprio dovere, quello di guadagnarsi il pane col sudore della fronte, torna a casa non in piedi, vestito della sua dignità di lavoratore, ma avvolto in un sudario. Strappato alla vita da uno degli ennesimi incidenti che il lavoro crudo dell’escavazione implica e comporta. Una sofferenza che non può non ferire la nostra coscienza.

Nell’attesa che la magistratura chiarisca le dovute responsabilità, il nostro pensiero di cittadini corre all’immane scempio che l’uomo compie sulle nostre montagne. Le Apuane sono, a detta di poeti, artisti, geografi e scienziati, le montagne più belle al mondo, ed anche le più ricche. Basti ricordare l’ultimo poeta classico pagano della latinità, Rutilio Namaziano, che da Bocca di Magra, osservando le nostre montagne biancheggianti di marmo, definì la nostra terra “dives marmoribus”: ricca di marmi. Ora, noi sappiamo benissimo che in questi ultimi 20 anni da questo microcosmo di bellezza inaudita è stato estratto più marmo che in duemila anni di escavazione. Il motivo è evidente: le odierne, smisurate possibilità della tecnica. Una hybris che rende l’estrazione facilissima, ancorché non scevra di dolore e di morte, come si evince da quanto successo in questi giorni.

Ed è evidente che, mentre un albero, un bosco, una foresta, pur distrutta, può sempre rinascere dalle sue radici, può sempre ricomparire nel tempo, ciò non accadrà mai alle nostre montagne. Dunque la scomparsa non è solo riduttivamente ascrivibile ad un lutto localizzato, ristretto, qual è la nostra provincia sulla quale questi monti siedono, ma è una morte cosmica. Come un colpo inferto sul volto di Prassitele la deturperebbe per sempre, così le nostre montagne vengono irrimediabilmente sfregiate. All’ennesima scomparsa di un padre, di uno sposo, di un figlio si aggiunge un’altra, indicibile sofferenza: e cioè la mancata ricaduta sul popolo di questa immensa ricchezza, che viene incanalata, come diceva la terzina iniziale, nel portafoglio di pochi. Conseguentemente, un patrimonio che dovrebbe essere di tutti viene usufruiti da pochissimi; e tutto ciò ci riporta a una condizione di feudalesimo puro, per cui quel cavatore e un infinito esercito di suoi colleghi che hanno tinto di sangue le nostre montagne sono ancora, nel terzo millennio, i servi della gleba. Servi che col loro sangue e il loro sudore arricchiscono una ricca schiera di feudatari.”

Domenica 13 maggio 2018 alle 19:33:24
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